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Una meritatissima tirata d’orecchi - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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Una meritatissima tirata d’orecchi

Le cose ai Frè non andarono sempre per il verso giusto.
Da tempo e attraverso le parole dei vecchi balmesi da me appena felicemente conosciuti grazie alla mia musica e vissuti ai Frè durante la loro infanzia, fui da loro messo a conoscenza del grande rigore morale appartenuto agli abitanti di questa piccola borgata e tramandato di padre in figlio.
Ogni abitante del luogo aveva la piena consapevolezza del proprio e dell’altrui confine.
Le piccole e grandi proprietà ripartite fra loro erano ben chiare a tutti e nessuno si sarebbe mai azzardato di spostare anche solo una piccola pietra o un qualunque oggetto da una proprietà all’altra senza la dovuta autorizzazione.
Tutti, meno il sottoscritto!
Mettendo in pratica un consiglio dell’amico “Baraca”, (altro termine con cui veniva chiamato Attilio), dopo aver chiesto il permesso a Censu, (fratello di Nicola), per l’utilizzo di un suo fazzoletto di terra situato di fianco alla mia baita, decisi finalmente di fare l’orto utilizzando i quintali di terra estratta con picco e pala dal locale da sempre adibito a stalla.
Questa montagna di terra, che per anni ha accolto le deiezioni di generazioni e generazioni di mucche, era perfetta per la realizzazione di un fertile giardino.
Il terreno di Censu era però in discesa e per contenere il terrapieno che sarebbe inesorabilmente franato in basso occorreva sistemare delle robuste assi saldamente fissate fra loro e sostenute per mezzo di paletti piantati a terra.
Allo scopo di cui sopra sarebbe stato un peccato utilizzare delle nuove assi in larice avanzate dalla ristrutturazione della mia baita.
Meglio sarebbe stato, (e quest’infelice idea, ahimè, me la diede proprio mio figlio Igor), cercare le vecchie assi fra il materiale inutilizzato di alcuni ruderi della borgata.
“Papà” ricordo ancora oggi le sue diaboliche parole: “ho trovato delle vecchie assi abbandonate che potrebbero fare al caso nostro”.
In effetti le avevo notate anch’io, lì e in bella vista, a testimoniare silenziosamente il tragico crollo del tetto insieme alla casa chissà quanto tempo prima, (forse a causa di una valanga), e lasciate lì in balia delle intemperie a marcire per l’incuria del tempo.
Forse, anzi molto probabilmente, (mi domando ancora oggi), se le avessi chieste allo sconosciuto proprietario magari me le avrebbe pure regalate.
Ma no, nella mia mente di cittadino “ignorante” (della cultura locale, s’intende), l’appropriarmi indebitamente di quelle tre vecchie assi da tempo palesemente inutilizzate e destinate ad un sicuro e lento disfacimento dovuto alle severe intemperie del luogo, sembrava un atto lecito e normale, tanto da ritenere ingenuamente che non fosse neanche il caso di chiederle al suo legittimo proprietario.
Questo mio gesto fu un grosso errore che ancor oggi e con vergogna, dopo più di trent’anni dall’incidente, non posso e mai più potrò dimenticare.
Fu proprio Pinotu, prontamente accorso da me piuttosto arrabbiato, (scoprendomi ancora in procinto di sistemare queste “assi della discordia”), a rimproverarmi severamente per il grave atto compiuto.
 
Era una bella giornata d’estate quando, caricato in auto tre nuove tavole di legno, (e nel cuore “il fermo desiderio di farmi perdonare”), mi recai al Pian della Mussa per restituirle a Pinotu che ricordo, mi accolse davanti a casa sua con un eloquente sorriso.
Da allora sono passati molti anni, ma penso che quell’episodio, quel giustificato rimprovero, (data la mia grande sensibilità, la medesima messa palesemente e felicemente al servizio della musica), mi abbia segnato indelebilmente per tutta la vita, non riuscendo ancora oggi neanche più a toccare una sola pietra in quell’antica borgata, (ed anche altrove), senza aver prima cercato di chiedere il permesso al suo legittimo proprietario!




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