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Ultima esperienza lavorativa nella tintoria della ditta “Maggia” - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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Ultima esperienza lavorativa nella tintoria della ditta “Maggia”

Il nostro vicino di casa Mario Mazzari che abitava al piano sopra al nostro, venuto a sapere che cercavo lavoro per quanto sopra, mi propose di fare domanda al lanificio Maggia, la medesima azienda dove egli stesso lavorava da molti anni in qualità di tintore e che distava all’incirca un chilometro da casa nostra.
 
Dopo la convocazione in azienda per un colloquio di lavoro, fui presto assunto e da lì a pochi giorni iniziavo la nuova professione in qualità di apprendista tintore.
 
Io non capivo nulla di quel misterioso lavoro, ma mi spiegarono che il medesimo consisteva nel riempire le enormi vasche in acciaio inox di matasse o rocchetti di lana per poi tingerle con una polverina programmata dai chimici dell’azienda, dopodiché veniva controllato il grado di colore raggiunto portando un piccolo campione di fibra ai chimici che così potevano giudicare se correggere con l’aggiunta di altro colorante, o se la lana avesse raggiunto il giusto grado di colore da loro precedentemente programmato.
 
Spesso succedeva che, dopo l’esame della lana per mezzo dei campioni ritenuta non idonea alla correzione, quest’ultima venisse colorata di nero.
 
Già, perché il nero va su tutto e il relativo tessuto così ottenuto era comunque una benedizione!
 
Non misi molto ad imparare il mestiere di tintore, lavoro completamente contrapposto e più leggero di quello di meccanico, ma che operava in un ambiente dalle esalazioni di vari prodotti chimici come l’Ipoclorito di sodio (candeggina) ed anche l’acido acetico e l’acido solforico.
 
Proprio per questo motivo si optò, guarda il caso, (in quegli stessi primi giorni del mio nuovo lavoro), per una distribuzione gratuita e a volontà di latte fresco della Centrale per tutto il personale della tintoria.
 
Si diceva che il latte era un ottimo disintossicante e così la distribuzione del prezioso alimento avveniva ad ogni ora per mezzo di carrelli atti al loro trasporto, riconoscibili fin da lontano per via del caratteristico tintinnio delle numerose bottiglie che si cozzavano fra loro.
 
Il latte mi era sempre piaciuto e a maggior ragione quello della Centrale, intero e dal tappo rosso, che cominciai ad ingerire esageratamente ad ogni occasione.
 
Dopo pochi giorni, infatti, mi accorsi, attraverso lo sviluppo crescente ed esagerato della mia pancia, che quel latte fortemente nutritivo era la causa dei miei guai: i pantaloni mi andavano sempre più stretti e cominciavo ad aver problemi anche nell’allacciarmi semplicemente le scarpe.
 
Decisi dunque di smettere quella pratica probabilmente solo utile all’”ingrasso”, rinunciando per sempre al privilegio di bere litri e litri di ottimo latte fresco della Centrale e ritrovando, nel giro di una settimana, la perduta forma fisica.
 
Queste enormi vasche per il contenimento della lana da tingere venivano alimentate da una pompa idraulica a motore, utile al riempimento ed allo svuotamento di questi grossi contenitori in acciaio.
 
Questa medesima pompa fu per me un’autentica fonte d’ispirazione: utilizzando un vecchio tappo di plastica da spumante, lo trasformai modificandolo in una minuscola pompa, che, con l’ausilio di un piccolo motore elettrico collegato con un elastico a delle pulegge, mi permise di trasferire il vino contenuto in un pesante pintone di vetro da due litri, tranquillamente e facilmente nei bicchieri apparecchiati in tavola e senza versarne una sola goccia. *
 
*(Questa piccola pompa idraulica è conservata ancor oggi da mio nipote Mirko fra i suoi oggetti da collezione).



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