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Scuola di avviamento industriale - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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Scuola di avviamento industriale

Tornando allo spensierato periodo scolastico, fortunatamente superai indenne la scuola elementare per poi ritrovarmi a studiare nell'attigua Scuola Media Professionale dove, a parte le materie letterarie e matematiche nelle quali non andavo molto bene, acquisii degli ottimi risultati nelle materie pratiche come la Falegnameria, l’officina Meccanica e il Disegno Tecnico, che mi valsero dei bellissimi voti e che in futuro mi apriranno delle porte inaspettate.

In realtà non si trattava di Scuola Media, bensì di “Avviamento Industriale”, poiché in quel periodo di ripresa industriale, dopo circa dieci anni dalla fine della Guerra, la Fiat (Fabbrica Italiana Automobili Torino), aveva bisogno di forza lavoro, e così pure tutte le numerose officine satelliti che operavano intorno alla grande azienda torinese.
Fu quello il periodo di maggior immigrazione, in cui da tutte le parti d’Italia, ma specialmente dal Veneto e dal meridione, giunsero a migliaia disoccupati, contadini e disadattati che avevano abbandonato la propria terra sperando in un futuro meno incerto.
Quelle persone si piegarono, nonostante l’analfabetismo allora imperante, ad ogni sorta di lavoro che le fabbriche e la medesima Fiat offrissero loro.
Fra quegli operai ce n’era uno che arrivava da Foggia e che ebbe la fortuna di trovare un lavoro duro ma stabile alle Ferriere della Fiat.
Egli si sposò a Pescara con mia madre Imbriano Michelina, pugliese d’origine ma vissuta in Abruzzo; con lei alla fine della guerra emigrò a Torino nel 1945, permettendo ai miei fratelli ed al sottoscritto di venire felicemente al mondo in una vita modesta, ma dignitosa.
Come già detto, in questa scuola che ci formava al lavoro, io primeggiavo nelle materie pratiche piuttosto che in quelle dell’intelletto.

A tal proposito ho ancora il ricordo di quella cornice in legno ricamata a mano a colpi di lima e cartavetro con la quale mi guadagnai la stima e i complimenti dell’insegnante di Falegnameria.
E che dire di quel parallelepipedo in ferro dolce, volutamente ammaccato a colpi di martello dall'insegnante di Officina Meccanica prima che venisse consegnato ad ognuno di noi?
Questo parallelepipedo in ferro pieno si doveva dapprima sgrossare con la “lima Bastarda” per togliere le profonde ammaccature inferte, e quindi rifinire con una lima di finitura, portandolo infine a 90 gradi su tutti i lati, grazie ad una squadretta di precisione.
Il lavoro richiesto non era facile, ma grazie all'esperienza di meccanica spicciola acquisita con papà Tommaso che mi aveva insegnato ad usare le lime e che seguivo spesso aiutandolo nei suoi lavori di bricolage, fui tra i primi allievi a realizzare il lavoro.
Al giovane e baffuto insegnante di origine siciliana, dall'aspetto severo, sospettoso, e che teneva d’occhio tutti gli allievi affinché eseguissero il lavoro nel tempo stabilito, non sfuggì la scena in cui, come già detto, primo fra tutti ad aver terminato il lavoro, cedetti alle sommesse richieste di aiuto da parte di un vicino compagno in grave difficoltà, illudendomi di non farmi notare.
“Sabbett!” urlò a gran voce il giovane docente dall'accento fortemente siculo proseguendo: “porta qui u pezz!”
Dalla consegna del mio lavoro all'insegnante, (che lo posizionò frettolosamente su di una grossa incudine), trascorsero pochi secondi e subito echeggiarono fra il silenzio dell’aula e l’imbarazzo del sottoscritto, diversi colpi di martello inferti con tanta cattiveria sul mio capolavoro da lasciarmi arrabbiato e deluso per dover nuovamente ricominciare tutto da capo!



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