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Quella vecchia e maledetta pentola - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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Quella vecchia e maledetta pentola
                                 
Il primo anno vissuto nella “casa dei sette nani” ovviamente non me lo ricordo perché ero piccolo; questa fu la mia fortuna poiché in quel freddo Gennaio del 1947 mi accadde un gravissimo incidente che solo per miracolo non mi fu fatale.
 
Mia madre, ancora giovane e ingenua, strappata precocemente alle sue radici del Sud e non del tutto adattata ad una vita di sacrifici, lontana dai suoi genitori benestanti, in una città troppo grande, fredda e ostile (anche a causa dei pregiudizi razziali e della diversa lingua), si alternava nelle faccende domestiche di tutti i giorni nell'attesa del marito di solito assente nei vari turni di lavoro alla Fiat, mentre io, di appena dieci mesi, giocavo spesso da solo seduto in terra con tutto quello che mi capitava a tiro.
Un triste e gelido giorno segnato dal destino, la “fatalità” volle che a mia madre suonassero il campanello nello stesso istante in cui aveva appena sollevato dalla stufa una vecchia pentola d’alluminio piena d’acqua bollente, (forse per spostare i cerchi in ghisa per l’introduzione in essa di nuovo carbone); lei, colta alla sprovvista e presa dall'agitazione, commise l’imperdonabile errore di posarla in terra per andare ad aprire senza farsi attendere.
Io, probabilmente attratto dalla curiosità per quest’oggetto fumante, gattonando, mi avvicinai pericolosamente e, sollevatone il coperchio, rimasi investito in pieno dal vapore che mi fece perdere l’equilibrio e cadere di pancia sulla medesima pentola.
Per fortuna, come dicevo prima, essendo molto piccolo non ho oggi conservato nulla nella memoria di questo drammatico episodio ringraziando il buon Dio, poiché non oso pensare quale sofferenza avrei dovuto patire se solo fossi stato più grande e più cosciente!
La magliettina di lana grezza, (dalle varie descrizioni postume dei miei genitori), si era maledettamente appiccicata alla pelle ustionata della pancia, e il medico, prontamente accorso per la triste circostanza, tra le urla e lo strazio di mia madre, dovette tribolare non poco per staccare delicatamente i lembi avvinghiati alla viva carne aiutandosi anche con delle pinzette.
 
Molto probabilmente, se quel gravissimo episodio fosse successo oggi mi avrebbero immediatamente portato al Centro ustionati dell’ospedale più vicino, magari con l’elicottero e riservandomi la massima urgenza, mentre in quel caso dovetti rimanere a casa, sorvegliato dai miei famigliari e in un’interminabile prognosi riservata che si protrasse per molti giorni!
“Se supererà la notte”, disse il medico dall'aria cupa ai miei genitori distrutti dal dolore, “c’è la speranza che si possa salvare!”
Dopo avermi medicato alla bell'e meglio con i mezzi di fortuna di allora e fatto un’iniezione per scongiurare il reale pericolo di infezione, il dottore, non senza mille raccomandazioni, si congedò da noi con la promessa che sarebbe ritornato la mattina seguente per i doverosi controlli.
Queste case popolari raccoglievano famiglie disadattate ed emigrate da tutte le regioni d’Italia: veneti, pugliesi, marchigiani, piemontesi ecc.
Questo drammatico episodio (che fece eco fra i nostri vicini di casa), fece sì che il nostro quartiere, rompendo il muro della diffidenza che aleggiava come un morbo appestante in quella realtà fatta di miseria ed ignoranza causata dai postumi della guerra da poco terminata, si attivasse dunque in nostro aiuto nell’incuranza del fatto che eravamo “meridionali”.
In quella drammatica situazione, tutti si prodigarono generosamente e miracolosamente nel rendersi utili con noi che eravamo altrettanto poveri.
Per favorire la mia guarigione era necessario mantenere il calore costante nella nostra gelida casa, e così, (dai racconti di mio padre), fra i vicini di casa prontamente accorsi in aiuto, scattò una gara di solidarietà affinché non mancasse mai il carbone nella nostra stufa.
Durante la triste circostanza, facemmo amicizia con una famiglia di bravi calabresi che abitavano la casa di destra a fianco alla nostra (i Crucitti, quelli delle pesche!).
Fausta, la seconda di cinque figli di questa brava e umile famiglia, si alternava con mia madre nell'accudirmi notte e giorno poiché avevo bisogno di cure continue e non potevo assolutamente essere lasciato solo neanche per un istante.
Credo che la giovane adolescente (poteva avere quattordici, quindici anni) abbia svolto questo ruolo prodigandosi con generosità e amore materno, trasformandosi precocemente in una brava” donnina di casa”.
Ancora di recente, quando la incontro in montagna, in Val d’Ala, dove lei affitta periodicamente un alloggio per le vacanze estive e dove io possiedo una piccola baita qualche chilometro più a monte, mi racconta con infinita tenerezza di quando la chiamavo “mamma”, nel periodo d’incoscienza, in cui evidentemente non la distinguevo dalla mia vera genitrice!

Così come quando dopo un sogno ti svegli e non ricordi più nulla di quello che hai sognato, altrettanto io, riaperti gli occhi ad un certo punto della mia infanzia, mi ritrovo senza passato e tutto ad un tratto eccomi ad intraprendere il tortuoso percorso della mia vita di fanciullo spensierato.
Soltanto la mamma ogni tanto mi fa scoprire il martoriato “pancino” per lasciarlo vedere ai nostri curiosi ed increduli conoscenti capitati per caso nel nostro misero domicilio, mi fa incupire e riflettere per qualche istante su quello che di molto grave deve essermi accaduto molto tempo prima.
Poi, come se quella realtà non mi fosse mai appartenuta e non mi riguardasse a tutt'oggi, riprendo il gioco interrotto e la solita spensieratezza di sempre.



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