“Perché non scrivi la tua storia Antonio?... Perché non fai come ho fatto io?“
- PREFAZIONE
A dire il vero ci avevo già pensato, ma avevo la convinzione che quelli che scrivono libri o quant'altro, a mio parere, fossero illustri letterati, scrittori professionisti padroni della sintassi, che conoscono e operano la “magia” del saper trasferire fra le righe dei loro scritti i propri pensieri, trasformando sapientemente innumerevoli quantità di fogli inerti e immacolati in strumenti di svago, di cultura o nell'arte pura della poesia!
Questo è quanto andavo pensando o almeno credevo fino alle nove del mattino di una qualunque giornata d’estate, calda e afosa in cui non sarebbe dovuto succedere nulla.
Una banalissima giornata, dunque, se non mi fosse venuta in mente l’idea persistente di telefonare in quella stessa mattina al signor Benedetto Mocellin (detto Mario) d’anni ottantasette!
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L’avevo conosciuto, o meglio, si era presentato lui stesso in una fredda giornata primaverile nella chiesa di S. Gioacchino in Torino al termine di un concerto barocco per tromba e organo, precisamente il sabato 15 marzo 2003 alle ore 18:00.
Nella penombra, tra il pubblico sparso fra i banchi vetusti, si fa garbatamente avanti un uomo alto e distinto, dai lineamenti e dai modi raffinati, con una barba canuta e ben curata; i pochi capelli, anch'essi bianchi, lasciano spazio ad una fronte corrugata sotto la quale spiccano, luminosissimi, gli occhi chiari e intelligenti. Si presenta e si congratula con l’organista Marco Limone e con me, lasciandoci tra le mani, stanche e ancor tremanti per lo stress emotivo, la copia di un suo libro autobiografico con annessa una personale dedica per entrambi i “maestri”, appena stampato e ancora odorante d’inchiostro.
Rapidamente si congeda da noi con la preghiera di leggerlo e di fargli poi sapere in merito il nostro personale giudizio.
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Fra le candide lenzuola ed in preda ai postumi di un faticosissimo concerto, le migliaia di note che ancora risuonano nella mente m'impediscono di prendere sonno, e cosi, alla sera, quella stessa in cui il destino sta tramando per me, un po’ per dovere, un po’ per curiosità, alla tenue luce della lampada posta sul comodino, faccio scorrere velocemente qua e là le pagine del libro, soffermandomi sulle vecchie foto in bianco e nero che ritraggono i famigliari dello scrittore ed, in particolare, sulla copertina.
Da quest’ultima, patinata e lucente, risalta il ritratto dell’autore in tutta la sua magnificenza.
Nella copertina di coda, per l’occasione, oltre ad un classico doppiopetto scuro d’ottima fattura su cui spicca un rosso papillon, l’autore, Benedetto Mocellin, indossa sul capo il berretto altrettanto rosso del mitico corpo dei paracadutisti da lui ostentato con mal celato orgoglio.
È l’una passata, Libe giace al mio fianco ormai in preda ad un sonno profondo quando la giustificata quanto legittima stanchezza prende il sopravvento sulla curiosità di conoscere quella figura inquietante e nello stesso tempo carica di gioiosa positività che traspare dalla statica copertina.
Con quest’immagine impressa nella mente, mi abbandono in un caleidoscopio di pensieri che si dissolvono nel lungo sonno della notte.
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La mattina seguente, al contrario della sera prima, non solo non ho seguito l’impulso e la curiosità di riaprire il libro autobiografico di Benedetto, ma ahimè me n’ero completamente dimenticato e disinteressato rientrando brutalmente nelle abitudini quotidiane, favorendo con ciò la sua conseguente scomparsa.
Il rientro in circolazione del libro è coinciso con un raro momento di serenità e di voglia di leggere: è di qualche giorno fa, infatti, il ritrovamento casuale dello stesso volumetto autobiografico che non si era dissolto nel nulla, ma, più semplicemente…era rimasto “vittima innocente” di un eccesso di ordine da parte di Libe!!!
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Sarà stata la recente visita alla Fiera del libro di Torino o la conseguente frustrazione o senso d’impotenza per la scomparsa dell’auto appena rubata in garage e non più ritrovata, o il destino che doveva assolutamente riprendere il ”lavoro interrotto” su di una trama a me sconosciuta, fattostà che una di queste sere, prima di addormentarmi, ho provato a riaprire nuovamente la biografia di Benedetto, (da me fiduciosamente riposizionata sul comodino), rimanendone questa volta sedotto e definitivamente “ intrappolato”!
La cosa che più mi colpisce in quest’opera è la semplicità di linguaggio ed una descrizione poetica dei fatti di cronaca accaduti più di mezzo secolo fa, (a cavallo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale), che sottolineano l’accanimento della cattiveria umana e della sfortuna a scapito dell’autore inerte.
La descrizione dettagliata dei luoghi, nei quali tutto ciò è accaduto, è annotata con tale dovizia di particolari da lasciare spazio alla fantasia e al desiderio del lettore di conoscere personalmente lo scenario che incornicia l’infanzia e parte della vita di Benedetto.
Campese di Bassano del Grappa, (e i suoi dintorni), è il fulcro geografico intorno al quale roteano le varie situazioni da lui, (uomo dalle umili origini), magistralmente e poeticamente descritte.
In tanti anni della mia vita di mediocre lettore, non avevo mai terminato di leggere un libro in tre riprese! Vuoi per la curiosità e l’interesse verso i fatti storici legati alla guerra, (quest’ultima da sempre mi appassiona), vuoi per la semplicità e l’umiltà che traspare dal venerando personaggio ancora vivo e lucido, o, ancor meglio, per la semplicità che ci accomuna percepita fra le semplici righe, al termine della lettura, alle nove di quella stessa mattina, come già descritto all'inizio di quanto sopra, con il cuore colmo e traboccante di “qualcosa d’inspiegabile”, gli telefono finalmente per conoscerlo e per complimentarmi con lui.
L’emozione è forte, dopo appena un’ora di conversazione ci diamo del tu e Mario, cosi come vuole essere confidenzialmente chiamato, con l’animo di un bambino, non finisce più di stupirsi e di stupirmi ringraziandomi insistentemente per aver corrisposto, con quella semplice telefonata, al suo impaziente desiderio di conoscere il mio personale (e probabilmente troppo sopravvalutato), favorevole giudizio.
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Quella mattina alle nove, dunque, come ormai da più di un anno, (nonostante sia in pensione), dovrei recarmi nel laboratorio di mio figlio Igor per aiutarlo nella costruzione delle nostre custodie subacquee, senonché quella lunga telefonata mi ha felicemente e orgogliosamente bloccato fra le solitarie mura domestiche, privandomi con ciò di ogni scrupolo e preoccupazione per il lavoro incombente e non svolto.
Stupito e incredulo per tanta gratitudine espressa con ingenua famigliarità e purezza di cuore, commosso e stordito dall'interminabile conversazione, non mi accorgo, al termine della telefonata, di aver trascorso piacevolmente con il “vecchio amico d’infanzia” e “compagno d’armi” due ore incantevoli nella rievocazione dell’avventuroso passato da me rivissuto attraverso la sua autobiografia letta appena poche ore prima!
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Mario, nonostante gli anni, non è di quelli che pretendono l’ascolto o che, per alleggerirsi dalle proprie frustrazioni dovute all'età, riversano sul casuale malcapitato interlocutore fiumi di parole senza senso, con l’unico scopo di riempire con ciò il vuoto creato dalla propria solitudine, conseguenza di una lunga vita.
Gino, un mio caro amico scomparso di recente, amava paragonare la Vita e l’universo degli amici intorno a noi ai numerosi anelli concentrici creati dal classico sasso lanciato tra le calme acque di un lago:
“Vedi Tonino” mi diceva dall'alto dei suoi settantacinque anni di saggezza” prima scompaiono quelli più ampi e poi, infine……ci siamo noi! “
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Chissà, in tanti anni, quanti “anelli” avrà visto scomparire il caro Mario e quanto forte sarà stata l’intensità del dolore che avrà provato nell'assistere, impotente, alla lenta agonia e conseguente scomparsa dell’anello a lui più caro: la sua preziosa e inestimabile compagna che ha dato impulso e vita a quest’opera letteraria
ad essa dedicata. ************************
Grazie Mario per avermi dunque tirato per i capelli e avermi convinto a riprendere la penna in mano come già avevo fatto alcuni anni prima nel periodo più buio della mia vita.
* Ancora grazie Mario, anche a nome dei miei tre figli e dei futuri nipoti.
*(Cominciai a scrivere un lungo diario durante il drammatico periodo di malattia mentale della mia prima moglie, Zoja, che scrissi e curai quotidianamente per circa due anni).