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Ma che fine ha fatto l’amico Attilio? - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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Ma che fine ha fatto l’amico Attilio?

Beh, oramai il tempo delle faticose ristrutturazioni è finito da un pezzo e posso finalmente dedicarmi, oltre che alle sopra descritte interessanti gite escursionistiche nei dintorni di Balme, anche alla cura dell’orto.
Il letame, come sappiamo, non mi manca, avendo avuto in regalo da Drin un intero letamaio.
Ora si tratta semplicemente di acquisire le tecniche per la coltivazione delle patate, dell’insalata e dei ravanelli.
Durante l’operazione di dissodamento eseguita con il piccone e la zappa indispensabile anche per togliere l’erba infestante, non mi accorgo della silenziosa presenza di Barachin e dell’amico Giangoia.
Quest’ultimo, abita in una villetta dell’Albaron, il ridente quartiere dove, fra villini e seconde case contenute in enormi casermoni di montagna, vicino al negozio di alimentari gestito da Franco Micciu e la moglie Paola, primeggia la presenza della nota fabbrica di acqua minerale “Pian della Mussa”.
Giangoia per molti anni ha girato abilmente la polenta in occasione delle annuali feste ai Frè dedicate a S. Francesco.
Qui all’Albaron l’amico Attilio possedeva un piccolo appartamento che, durante il nostro primo incontro mirato alle trattative di compravendita, avrebbe voluto vendermi in alternativa al rustico dei Frè per la medesima cifra di dodici milioni delle vecchie lire.
Naturalmente rifiutai l’alettante proposta in favore della pace, dell’indipendenza e del meraviglioso paesaggio successivamente “ereditato” insieme all’acquisto della storica baita su ai Frè.
“Tony” con questo nome Attilio richiamò la mia attenzione mentre ero assorto nei pensieri e intento a dissodare il mio piccolo orto, proseguendo: “con cula zappa a tasmie an preive!” (con quella zappa assomigli ad un prete).
Dopo questo sommario giudizio che stava ad indicare la mia palese incompetenza nell’” arte” di usare il piccone e la zappa, non potei fare a meno di unirmi a loro nella lunga e conseguente risata.
 
L’impazienza di conseguire presto dei risultati orticoli m’impedì di provvedere all’indispensabile recinzione del giardino e così una mattina, dopo la preparazione e la semina del terreno, rimasi sorpreso e quasi indignato nello scoprire alcune inconfondibili profonde impronte che segnalavano chiaramente il recente passaggio di una mucca di Polly nell’orto appena seminato.
Attilio, che così come tutti i giorni era venuto a trovarmi e al quale avevo animatamente denunciato ciò che era appena successo, facendomi notare una grossa “busa” lasciata dall’incolpevole animale,  con parole dettate da una lunga esperienza di vita e da un’innata saggezza, mi disse:” la mucca ha sicuramente fatto del danno calpestando la terra del tuo giardino, ma per questo ha anche pagato il suo pedaggio lasciandoti in cambio del buon letame!”.
Ancora oggi rifletto sull’innata saggezza dell’amico Attilio al quale confidavo spesso i miei crucci ed i miei problemi.
“Attilio” gli dissi un giorno: “qui ai Frè abbiamo solo due balconi che guardano sulla strada per poter stendere e far asciugare la biancheria al sole, e non volendo incorrere in qualche sanzione disciplinare, (come succederebbe da noi a Torino dove abbiamo l’obbligo di stendere esclusivamente dal lato cortile), come dunque possiamo fare?”
Attilio, guardandomi come se gli avessi chiesto quanti sono i sette nani di Biancaneve, mi risponde che è stupendo e motivo di orgoglio dopo tanti anni di abbandono rivedere i panni stesi sui balconi delle case ai Frè così come un tempo e che, non soltanto la biancheria stesa, ma anche la medesima legna da ardere accatastata ordinatamente sugli stessi balconi rinnovava lo spirito di una nuova ed auspicabile rinascita della borgata purtroppo da troppo tempo spopolata.
L’amico Attilio possedeva anche una grande sensibilità, e quando un giorno gli feci vedere le fotografie delle sue baite crollate per le valanghe e scattate durante una gita ai Laghi Verdi, non poté fare a meno di commuoversi nascondendo sotto la sua maschera di apparente uomo duro, una piccola lacrimuccia.
La sua sensibilità era rivolta anche alla musica e non poteva sopportare che con la fisarmonica io gli rovinassi la “Curenta dei sette salti”, specialmente nella metrica, indispensabile per coordinare i movimenti dei ballerini di Balme, differenziati in questo dai diversi movimenti dei ballerini di altri paesi pur nella medesima val d’Ala.
“Creola” poi, era il suo tango preferito e non si stancava mai di richiedermelo alla prima occasione.
Molto probabilmente, questo bellissimo e sensuale tango appartenuto ad un tempo lontano e che gli suonavo con la fisarmonica, rievocava in lui un vecchio amore di cui non volle mai parlarmi.
Ai tempi in cui ci frequentavamo, l’amico Attilio ostentava con orgoglio un’insolita e singolare atleticità in considerazione dei suoi settant’anni.
Spesso ai Frè, lo vedevo saltare da una scala all’altra delle sue due case, a cavallo della via centrale che conduce a casa mia, risparmiando con ciò, (così come diceva lui), di dover fare una scala in discesa e l’altra in salita.
Questa operazione era la sua “cartina tornasole” per valutare il suo attuale stato fisico.
Negli ultimi anni della sua vita la paura e la presa di coscienza di farsi realmente male gli fece poi smettere definitivamente e a malincuore questa ginnica e pericolosa consuetudine.
Come già avevo accennato, Attilio era molto amico con Orazio e con lui condivideva il dialogo e le chiacchiere spesso degenerate in animate discussioni, ma soprattutto la complicità nelle grandi mangiate condivise anche con gli amici.
Un giorno, passando davanti alla porta aperta della casa dei due fraterni compagni, fui notato ed invitato a condividere con loro una colazione speciale.
“Tony,” mi chiese Attilio: “hai mai mangiato le uova all’ostrica?”
Gli risposi di no aggiungendo che però quelli erano i frutti di mare che più adoravo.
“E allora assaggia” mi disse Orazio.
Sul tavolo spiccavano dei limoni tagliati e un paniere pieno di uova freschissime.
Non feci in tempo a rispondere che mi ritrovai fra le mani un uovo già aperto e pronto.
Lo bevvi senza indugio, sotto il loro sguardo attento e colmo di curiosità nel vedere la mia reazione.
Il gusto era straordinario, ricordava vagamente il sapore dell’ostrica con la tipica aggiunta di qualche goccia di limone.
La ricetta era semplicissima, mi dissero che bastava aprire l’uovo nella sua sommità eliminando una buona parte di albume, aggiungendo infine un pizzico di sale con qualche goccia di limone.
Ancora oggi, ricordando i due compianti amici, condivido questa ricetta con i miei ospiti più temerari disposti ad assaggiare questa bontà che, sia pure nella sua formula semplice ed economica, rappresenta un autentico surrogato alle costosissime e prelibate ostriche, a volte economicamente irraggiungibili.
In un’altra simile occasione fui vittima incolpevole di una dissertazione da parte di Orazio il quale asseriva che le persone più intelligenti sono spesso calve proprio così, (guarda caso), come lo era lui.
All’affermazione chiaramente allusiva e rivolta a me che da sempre ostento una folta ed invidiabile capigliatura ereditata da mio padre, non seppi replicare fino a quando non intervenne Il buon Attilio a togliermi da quella situazione imbarazzante.
“Rispondigli” mi disse all’orecchio e a fil di voce il saggio Barachin: “che sulla testa del pene non crescono mai i capelli”.
Io non ebbi il coraggio di far mia questa provocante asserzione ripetendo le irriverenti parole di Attilio, parole che comunque non sfuggirono al sensibile udito di Orazio il quale accusò il colpo e passò immediatamente ad altro argomento.
 
Nella sua infinita saggezza il buon Attilio non si stancava mai di dirmi che la legna prima di entrare nella bocca del camino doveva passare fra diverse mani, facendomi così riflettere sui vari passaggi a partire dal taglialegna e fino al rivenditore.
Tutto ciò restituiva un giusto valore sacramentale a quegli inerti ed apparentemente insignificanti pezzi di legna acquistati da un commerciante di Mezzenile e che, da quel giorno in poi, non potei più fare a meno di introdurre nella bocca della mia stufa senza soffermarmi mentalmente per una brevissima riflessione.
Attilio, ripeteva ancora animatamente che non si può ritornare a mani vuote da una gita in montagna senza raccogliere i rami secchi caduti spontaneamente dagli alberi, buoni ed ideali questi ultimi per preludiare il fuoco.




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