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Lo studio della fisarmonica! - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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Lo studio della fisarmonica!

Alla prima esperienza musicale della tromba in banda che durò solo un anno, ne seguì un’altra più importante nell’estate del 1961 quando, al rientro dall'Esposizione per le celebrazioni dell’Unità d’Italia, buttai casualmente gli occhi sulla preziosa fisarmonica di papà Tommaso che egli suonava discretamente bene, cimentandosi ad orecchio in un personale ed elementare repertorio di “liscio”.
Mi bastarono due giorni di accanite esercitazioni” fai da te” per impadronirmi con altrettanto “orecchio” e senza farmi notare dal genitore assente per lavoro, tutto il suo repertorio costruito in anni di appassionato studio.
Ma al terzo giorno fui da lui scoperto e incoraggiato ad intraprendere lo studio serio della fisarmonica con lo stesso maestro che, già alcuni anni prima, aveva tentato inutilmente di farla apprendere al fratello Lino, evidentemente più attratto e distratto dal ballo imperante in quei fatidici “anni sessanta”.
Il maestro Dino Zonno, poliziotto di professione, impartendomi preziose lezioni senza mai percepire un soldo, mi avviò con questo strumento pian piano al concertismo, soppiantato poi tre anni dopo dallo studio professionale della tromba di cui parlerò in seguito.
Questo solerte insegnante di fisarmonica, memore della fallita esperienza con mio fratello Lino e pensando che avrei seguito la medesima sorte, dopo la spiegazione della teoria e della pratica con lo strumento caro al mio genitore che deve averlo acquistato con molte cambiali, mi caricò eccessivamente di compiti in questa prima lezione; altrettanto fece nella seconda, nella terza e fino allo scadere del primo mese, nel vano tentativo di scoraggiarmi e stancarmi fino alla resa, allo scopo per entrambi di non perdere tempo e denaro faticosamente guadagnato da mio padre alle Ferriere della Fiat.
Ma l’esperienza della fabbrica, a differenza di quella scolastica, mi aveva insegnato a produrre durante le ore lavorative e non a “scaldare i banchi” come quando ero a scuola.
Durante la lezione, peraltro impartita molto chiaramente, rimanevo attento a non perdermi nemmeno una virgola di quanto detto dall'insegnante, e, come andava via, cercavo subito di mettere in pratica i consigli e i preziosi insegnamenti, studiando necessariamente anche in cantina quando mio padre faceva i turni di notte.
Come detto prima, terminato il primo mese di intensissime lezioni, il maestro Dino Zonno dovette spiegare ai miei genitori increduli quanto aveva tramato per costringermi ad abbandonare prematuramente lo studio della fisarmonica, e la sorpresa di aver trovato in me un allievo modello e addirittura degno di frequentare il Conservatorio.
A riprova di quanto sopra, dopo un annetto di assidue lezioni, (peraltro retribuite con un solo caffè), che mi portarono tanto avanti da eseguire prematuramente dei virtuosi brani classici, volle portarmi dai genitori di un altro suo allievo che a differenza del sottoscritto non progrediva affatto nello studio della fisarmonica.
Ricordo come fosse ieri quel giorno in cui mi chiese una robusta cintura dei pantaloni per imbragare l’astuccio del pesante strumento che avrei dovuto portare sulla schiena a mò di zaino.
La destinazione era Lucento e occorreva prendere due mezzi pubblici per recarci a casa del suo allievo.
Il maestro, che in qualità di poliziotto aveva diritto alle corse gratuite, pagò invece solo per me e per ben quattro volte, con le corse di ritorno.
Il bus, data la tarda ora, viaggiava piuttosto veloce facendomi perdere l’equilibrio ad ogni curva, costringendomi ad avvinghiarmi ai corri mano.
Così come Dio volle, arrivammo finalmente all'ultima fermata che distava ancora qualche centinaio di metri dalla nostra meta, percorsi faticosamente con il pesante strumento sulla schiena riflettendo necessariamente su chi avesse dato il nome di “musica leggera” alla nostra arte.
La riflessione terminò con il suono del campanello e poco dopo, con l’impacciata esecuzione del ragazzo poco studioso, che con il suo scarso profitto rischiava di far apparire inadeguato l’insegnamento del mio medesimo maestro.
Procurata una sedia e al cenno del mio insegnante, fu finalmente la mia volta per sciorinare uno dietro l’altro tutti i brani del mio repertorio classico, eseguendoli a memoria.
Non feci in tempo a cogliere l’espressione di sorpresa dei genitori, perché data l’ora tarda, dovetti affrettarmi a riporre la fisarmonica nel suo astuccio per riprendere con l’insegnante nuovamente i due bus e la strada di casa, eliminando con ciò il rischio di rimanere a piedi.
Sul pullman, così come sua consuetudine, l’insegnante non si sprecò in mille complimenti per il sottoscritto; la sua espressione era però mutata rispetto al viaggio di andata: per me quell'avventura era stata un’incomprensibile sfacchinata, (soprattutto per quella pesantissima fisarmonica sulle spalle), mentre per il maestro Dino Zonno, (immaginavo io), l’aver dimostrato di essere un bravo insegnante fu una soddisfazione immensa ed impagabile!
Dopo alcuni anni succederà la stessa cosa in Conservatorio con il maestro di tromba che mi confesserà di non aver dato le dimissioni per merito mio e del mio straordinario profitto: “Gli altri allievi”, mi disse un giorno durante la lezione, “non studiando a sufficienza, mi screditano di fronte alla direzione testimoniando con ciò la mia incapacità ad insegnare”.
Per Arfinengo, a tutela della sua dignità d’insegnante, era sufficiente che ci fossi io!



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