Le case dei sette nani
Del fatto che fra qualche minuto sarei stato tagliato e svenato, non me ne importava nulla; alcuni passi e una foto, in particolare, di quel vecchio diario, avevano catturato la mia attenzione e non riuscivo più a staccarmi da ciò nemmeno concentrandomi sulla tragica realtà chirurgica che mi avrebbe visto infelice protagonista di lì a qualche minuto dopo.
Quella vecchia foto in bianco e nero, che ritraeva i due giovani fidanzati, Beppe e Fausta davanti a una di quelle case, ora buttate giù e sostituite con altri palazzi brutti ed impersonali, mi ossessionava e mi ipnotizzava annullando il presente.
Quanta fatica, giorni fa, per trasferire su queste righe dei concetti astratti nel ricordo sbiadito dal tempo di quelle case umide e fredde, mentre adesso, dopo non so quanti anni, finalmente, mi apparivano nella foto esattamente come mi ero sforzato di ricordarle.
Eccole lì davanti a me in quella datata foto con quelle caratteristiche arcate sui balconi che le rendevano uniche e piacevolmente simpatiche, così come le chiamavamo noi, “le case dei sette nani”.
Anche la semplice ma chiara descrizione delle stesse, fatta da Fausta, combaciava incastrandosi perfettamente con i miei ricordi:
“Intanto ai miei genitori, il comune di Torino, assegnò un appartamento, ancora da finire, in un villaggio rurale al Regio Parco, iniziato in tempo di guerra. In questo villaggio lavoravano un gruppo di Ebrei, prigionieri dei Tedeschi e dei fascisti. Tutte le mattine li portavano a lavorare in queste casette, tutto il giorno, con poco da mangiare e con qualche frustata, alla sera li riportavano in carcere.
Questo villaggio non fu terminato. Dopo la guerra il comune riprese i lavori per assegnare le case ai più bisognosi e disagiati”
“Passò l’estate e in autunno, nel mese di novembre, nel villaggio rurale i lavori erano terminati e il comune ci consegnò le chiavi dell’appartamento.
In ogni casetta, circondata da giardino, vi erano quattro famiglie, due al piano rialzato, e due al primo piano, L’alloggio era formato da due camere, soggiorno, cucinino e bagno, non c’era il riscaldamento centrale e neanche il gas. Questo villaggio si trovava al Regio Parco, non era lontano dal centro di Torino, ma sembrava di abitare in un paese, nella cintura di Torino in periferia, le case erano basse con negozi, intorno al villaggio vi erano campi di grano. Una bella chiesa con una piazza e il cinema nel sotto chiesa.
In una piazza: la scuola elementare (Cesare Abba), l’asilo (Umberto Primo),
la grande Manifattura Tabacchi, la farmacia, il caffè S. S. R. P. un ristorante
(la piola) dove alla domenica si ritrovavano per fare la merenda (sinoira)
Cantando e bevendo vino fino a sera. Il campo sportivo, dove giocavano al pallone alla domenica, con diverse squadre, e qualche campo di bocce.
Il tram 25 ci portava in breve tempo nel centro di Torino.”
Fausta, ancor meglio di me, è riuscita a descrivere la realtà di allora fatta di miseria e di semplicità, condita con immani sacrifici e … tanto freddo!
“Intanto era arrivato l’inverno e cominciava a farsi sentire il freddo, il cielo era sempre grigio e nebbioso. La stufetta elettrica non bastava per scaldare ed asciugare i muri, in quelle casette, in mezzo alla campagna, si sentiva ancora di più il freddo; le pareti brillavano per l’umidità gelata e i pavimenti erano tutti bagnati. Comprarono (i miei genitori) una stufa a carbone, di seconda mano, con dei tubi che non funzionavano bene, ci intossicammo e per poco non successe una grande disgrazia. Decidemmo di chiudere le camere da letto e passammo tutto l’inverno in soggiorno, li si mangiava, si lavorava, e di notte si trasformava in dormitorio.”
Questa è la conferma che le mie reminiscenze infantili non erano sensazioni sgradevoli amplificate dagli anni, ma realtà concrete toccate con mano anche da altre famiglie povere.
Per fortuna la nostra vita non era sempre nera, a volte godevamo di piccole, semplici soddisfazioni derivate dalla povertà che ci faceva gioire anche del nulla…o quasi. A conferma di ciò mi piace citare ancora una volta un passo dell’amica Fausta la quale descrive molto bene, sempre nel suo diario, un’occasionale giornata di serenità, condivisa a volte anche dalle nostre famiglie, allora molto unite, specialmente durante le scampagnate pasquali:
“Andavamo lungo il fiume Stura insieme agli amici a prendere il sole, e i miei fratelli facevano il bagno nel fiume, l’acqua era pulita e limpida.”
” andavamo insieme ai genitori in campagna e poi in un ristorante alla Barca per mangiare la frittura di pesce, pescata nel Po.
Si cantava accompagnati con la fisarmonica, si ballava fino a tarda sera e poi felici, a piedi, si tornava a casa.”
Fausta non l’ha scritto, ma il fisarmonicista che suonava e allietava quelle allegre scampagnate era mio padre, e quella vecchia fisarmonica, ancora la stessa, ormai diventata elettronica dopo un costosissimo “lifting”, è la medesima che ancor oggi utilizzo efficacemente per le serate di musica leggera!
A quell'epoca dovevo essere molto piccolo, ma non abbastanza da dimenticare l’allegria e la spensieratezza di quelle giornate di festa trascorse all'aria aperta, ma soprattutto non potrò cancellare dalla mente la bontà di quei panini riempiti da cose semplici e non costose come uova sode e fresca insalata che la fame trasformava in gustose prelibatezze”.
