La malattia di Attilio e la sua morte
Alla spensierata estate del 1992 trascorsa con i miei figli ai Frè, seguì in autunno la ripresa della scuola e l’inizio della stagione lirica al Teatro Regio di Torino.
Per distrarmi dall’insopportabile solitudine affettiva, mi iscrissi in palestra sforzandomi di recuperare, oltre al tono muscolare, anche e nuovamente l’equilibrio mentale e psicofisico perso durante il lungo periodo più buio della mia vita.
La grave malattia di mia moglie con la quale mi ero separato, era irreversibile e mai sarebbe potuta guarire!
Lei era una giovane donna straniera, interprete di russo presso la Fiat, ed io ero molto giovane e inesperto quando la conobbi.
Fu lei a prendere la prima iniziativa e dopo due anni di fidanzamento ci sposammo.
La palestra, dunque, era il luogo ideale per affrontare e studiare il “pianeta femminile” a me da sempre incredibilmente sconosciuto.
Molti miei amici, e prima di sposarsi, avevano potuto intraprendere e sperimentare numerose relazioni sentimentali, arricchendosi con ciò di preziosa esperienza.
Io, al contrario di loro, la prima che conobbi la sposai!
In palestra e fra un esercizio e l’altro, cercai, nonostante la mia grandissima timidezza, di approcciarmi a questo “mondo misterioso” nel tentativo di conoscerlo meglio e perché no, trovare magari sudata e fra i numerosi attrezzi ginnici un’eventuale ed ideale compagna di viaggio per quel che ormai rimaneva del mio futuro nelle ultime “curve della mia vita”
In questo periodo e durante questa mia affannosa ricerca, (ed inutile sforzo), per capire l’enorme complessità strutturale delle donne, seppi del ricovero in ospedale di Attilio.
Era da tempo che l’amico non stava bene e anche da qualche mese che non ci vedevamo a causa del mio lavoro e delle sopraggiunte ed inaspettate incombenze con i figli.
Egli da tempo accusava spesso un doloroso mal di schiena che lo impediva nei numerosi lavori manuali, (il taglio del fieno, della legna ecc.), di cui era felicemente e orgogliosamente protagonista quando stava bene.
Quel mal di schiena, scoprimmo poi, non era altro che un’iniziale e subdola manifestazione di un cancro maligno che presto, (ahimè), ce l’avrebbe portato via per sempre.
In quel periodo e nei primi giorni di dicembre andai a trovarlo in ospedale.
Attilio era molto debilitato dalla malattia e faceva fatica a rispondere alle mie domande.
Dopo le prime parole di circostanza e memore del suo glorioso passato di Don Giovanni, (con innumerevoli ed invidiabili esperienze al suo attivo), lo misi al corrente sulla mia affannosa e complicata ricerca di una donna ideale in questo “pianeta inesplorato” chiedendogli un consiglio.
Alla mia affermazione: “sai Attilio, ultimamente ho conosciuto e frequentato diverse donne ma proprio non riesco a capirle per quanto sono diverse da noi” seguì l’inaspettata risposta di Attilio: “Gnanca mi l’hai mai capile le fumne!”, (anch’io non ho mai capito le donne!).
Fu quella l’ultima frase che ascoltai dall’amico Attilio che mori il 17 dicembre del 1992 all’età di settant’anni.
La borgata dei Frè senza di lui non era più la stessa e spesso, nei giorni a venire, mi pareva ancora di scorgerlo con la falce in spalla fra i campi ed in compagnia del suo fedelissimo cane.
E a proposito, che fine aveva fatto Jago?
Beh, io non potei andare a dare l’estremo saluto al caro amico Attilio a causa del mio lavoro, ma seppi da qualcuno che Jago, trasferito da tempo presso un conoscente di Martassina che si era impegnato a prendersene cura, scappò arrivando a Balme e precisamente nella chiesa della SS. Trinità proprio ed incredibilmente durante il funerale del suo vecchio ed amato padrone!
Marianna veniva sempre più spesso ai Frè dove, seduta al sole e su di un muretto, si intratteneva a lungo a parlare con noi ma specialmente con Polly.
Con la giovane margara, Marianna, sfogava il dolore e la sua non rassegnazione per la prematura scomparsa del caro fratello.
Marianna assomigliava molto ad Attilio e attraverso i suoi lineamenti rivivevamo la figura del caro compianto amico.
Arrivando alla borgata e poco prima del lavatoio posto fra i “Vailin” (antiche casette in pietra attraversate tutto l’anno da fresche acque e utilizzate come ghiacciaie per conservare il latte e per separarlo dal burro), proprio sulla sinistra e in bella mostra, compariva una grossa pietra alta all’incirca un metro e più.
Questa grossa pietra slanciata verticalmente sembrava fatta apposta per supportare un bassorilievo in bronzo che io immaginavo dedicato ad Attilio.
Già me lo vedevo, lì a misura d’uomo, il caro amico con la gerla sulle spalle carica di fieno a salutare virtualmente i numerosi frequentatori della nostra borgata!
Ne parlai con Marianna spiegandole che per questo ambizioso progetto destinato a mantenere nel tempo la memoria di Attilio, occorreva contattare uno scultore in grado di ispirarsi ad una delle mie vecchie fotografie a lui dedicate, (e proprio con la gerla sulle spalle), trasformandola in un somigliantissimo bassorilievo.
La proposta era allettante ma forse a causa dell’ipotetico costo ritenuto superiore alle possibilità finanziarie di Marianna decadde definitivamente finendo nell’oblio.
Come brevemente accennato, Marianna, non più subissata dalle incombenze del negozio ormai chiuso da tempo, veniva quotidianamente a rinfrancarsi al sole e all’aria pura della nostra borgata, colloquiando piacevolmente con Polly che riteneva l’ultima erede testamentaria di una cultura montana involutiva ed in evidente stato di lento ma inesorabile declino.
Oggi lo sappiamo con certezza, ma a quel tempo non potevamo immaginare che Marianna, consapevole di essere arrivata quasi al “capolinea”, desiderava trovare qualcuno o qualcuna di fiducia a cui lasciare tutti i suoi beni.
Marianna, con la morte del fratello aveva ereditato numerosi terreni ed altrettante case fra Balme e i Frè, con ancora delle baite alla Garavella ed altre sparse lungo il percorso che conduce ai Laghi Verdi.
In generale era risaputo che i locali di queste valli non amassero vendere le loro proprietà a meno che costretti, poiché quest’estrema decisione verrebbe interpretata come un bisogno di danaro, decisione troppo umiliante per la loro dignità e per il loro carattere schivo.
Né tanto meno Marianna, che non aveva certamente bisogno di vendere per soldi, avendo ella la pensione e qualche altra sicura fonte di reddito che le garantiva una buona vecchiaia.
Lei voleva semplicemente la certezza che tutte le sue proprietà rimanessero immutate nel tempo.
Adorava troppo la pittoresca borgata dei Frè per vederla stravolgere; il suo desiderio più grande era che essa rimanesse così come l’aveva vissuta nella pelle fin dai tempi di quando era bambina.
Nessuna delle sue case doveva cambiare destinazione urbanistica, e questa, forse, era la promessa che era riuscita a strappare alla giovane margara Polly durante quei lunghi colloqui pieni di autentica amicizia e complicità, promessa ottenuta dall’amica e confidente, alla quale avrebbe poi e alla sua morte ceduto una buona parte di tutti i suoi beni.
La morte di Attilio creò un vuoto incolmabile, ed io ebbi poi modo di frequentare i Frè ancora per anni fino ed oltre la morte di Marianna, avvenuta il 13 gennaio del 1998.
