La genialità montana e l’arte nell’uso della pietra
Durante i lunghi lavori di ristrutturazione ebbi modo di apprezzare non solo l’intelligenza e l’arguzia di alcuni operai montani, ma quella di Franco Micciu in particolare.
Nel locale più basso della baita, (una volta adibito a stalla), e nella zona dove poi avremmo ricavato il bagno, Franco mi fece notare un’enorme pietrone che nel corso degli anni era debordato pericolosamente dal muro maestro.
Questi poteva pesare all’incirca due quintali, e la sua eventuale e conseguente fuoriuscita improvvisa dalla sua sede avrebbe potuto mettere a rischio la stabilità stessa della baita.
Franco calcolò esattamente le grosse dimensioni del masso mettendo prima in sicurezza con del cemento le pietre che lo circondavano, successivamente, armato di picco e pala, preparò un enorme scavo atto a contenere il grosso “incomodo” che, con sapienti movimenti del suo robusto piede di porco, fece infine e con invidiabile precisione, rotolare nella sua nuova e definitiva sede.
Beh, ci voleva del coraggio per affrontare da solo questo pericoloso problema, gli poteva crollare tutto addosso!
E in ogni caso se avesse calcolato male il buco atto a contenere l’enorme masso, avrebbe poi dovuto utilizzare il martello pneumatico per correggere l’errore.
Quel pietrone e con le sue esagerate dimensioni, determinerà poi e obbligatoriamente le misure del nuovo locale, decidendo per noi l’altezza fra il soffitto in larice e il pavimento in piastrelle del futuro bagno!
In un’altra circostanza, prima di intonacare la stanza del camino destinata a diventare la sala da pranzo e il soggiorno per l’accoglienza degli ospiti, l’amico Franco, sopra la scala e a colpi di mazza, tentò più volte di eliminare una grossa pietra che fuoriusciva anti esteticamente dalla parete.
La mazza era pesantissima e i colpi inferti erano decisi e sonori, tanto da far temere per l’integrità stessa del muro.
“Da noi c’è un detto” disse Franco asciugandosi la fronte, prendendo fiato e interrompendo l’inutile lavoro che non aveva fatto altro che scalfire leggermente la grossa pietra, proseguendo:” quello che non riesci a nascondere mettilo in evidenza!”.
Oggi, quella grossa pietra scura che fuoriesce vistosamente dall’intonaco e affianca un grosso trave in larice del soffitto, è un motivo di orgoglio in più, decisamente un valore aggiunto!
La conseguente giustificazione per i pochi curiosi ospiti in casa che noteranno l’anomala presenza di quella pietra fuori dal muro, mi darà l’opportunità di rievocare la genialità di Franco Micciu e la perspicacia in particolare, così come già detto, dei lavoratori montani di queste valli.
Alla conclusione del tetto, rifatto completamente e rigorosamente con le lose di Luserna irregolari e fissate con staffe a elle in acciaio inossidabile, (da me preparate precedentemente nella mia officina di Torino), Franco Micciu mi propose di sistemare sul comignolo, (anch’esso da poco terminato), una bella pietra di quarzite bianca.
Alla mia domanda sull’utilità o meno di quel misterioso oggetto in tal posizione, Franco, vistosamente imbarazzato, mi rispose che quella pietra, secondo una tradizione locale e secolare, servirebbe ad allontanare gli spiriti negativi dalla nuova casa.
Da sempre razionale e assolutamente incredulo a queste cose, gli risposi che pur considerandola un’ingenua diceria, ero tuttavia propenso a rinnovare e a perpetuare la tradizione, accettando e addirittura pretendendo la presenza di quella vistosa pietra bianca sul mio comignolo, di cui ancor oggi ne vado orgogliosamente fiero.
Tornando brevemente alle caratteristiche peculiari di questi montanari, specialmente di vecchia generazione e stando ai racconti di Attilio, pare che alla costruzione del vecchio rifugio Gastaldi, (dedicato all’ex presidente del C.A.I. della sezione di Torino, il geologo Bartolomeo Gastaldi), collaborassero numerosi balmesi e valligiani, contribuendo al faticoso trasporto, (rigorosamente a piedi), del materiale edile fino al luogo destinato alla costruzione.
Gli elicotteri a quel tempo non esistevano e la paga di allora non era neanche un gran ché, ma pare che ci fosse stato qualcuno particolarmente forte che per economizzare il viaggio della salita, anziché un solo sacco di cemento da cinquanta chili, riuscisse a trasportarne addirittura due!
Per giudicare l’incredibile forza che molto probabilmente dovevano avere i vecchi montanari di allora, basta girare con il naso all’insù fra le antiche borgate della valle, facendo caso agli enormi pietroni sistemati con sapiente genialità e forza bruta, a secco, fra le robuste mura delle storiche case.
Ogni volta che dal parcheggio dei Frè proseguo a piedi su uno dei due brevi sentieri posto sulla destra che conduce alla nostra borgata, non posso fare a meno di calpestare e notare quella grossa ed antica pietra utilizzata come ponte in un’unica campata per l’attraversamento pedonale del fresco ruscello proveniente dalla Comba.
Anche il sentiero di sinistra, lungo all’incirca una cinquantina di metri, fu originariamente dotato di una grossa pietra molto simile alla prima, e così come quella, leggermente depressa e forata al centro per facilitare l’evacuazione dell’acqua, (in seguito distrutta da una valanga e sostituita da un ponticello in ferro).
Questi due monoliti in pietra dal peso approssimativo di due quintali ognuno, mi rimandano inevitabilmente indietro di quattromila anni e più precisamente al tempo dell’antica Civiltà Egizia. Riflettendo sulla loro impareggiabile bravura nell’arte di edificare utilizzando e spostando enormi pietroni precedentemente lavorati, l’accostamento è d’obbligo, paragonando l’abile genialità sicuramente più modesta e meno appariscente, ma non per questo meno meritevole dei nostri bravi montanari.
Credo che Cristoforo Giovanni, detto Ninètu, (l’idraulico del Cresto che a suo tempo e insieme a suo figlio Piero, aveva provveduto all’impianto idraulico della mia baita), si possa annoverare, senza ombra di smentita, fra gli ultimi testimoni superstiti di questa cultura di forzuti montanari.
Mi raccontò infatti di aver dovuto sostenere da solo, sia pure per pochi minuti e per il tempo necessario per fissarla con una zeppa, una pesantissima botte dal peso di trecento chili!
Incredibile, pensando alle generazioni di oggi!
Ma anche suo figlio Piero, (se ricordo bene), non era da meno, facendo il “presentat arm” durante il servizio militare, (mi raccontò orgogliosamente Ninètu), con un mortaio da cinquanta chili in sostituzione del tradizionale fucile, sostenuto unicamente con una sola mano e a braccio teso!
Ninètu era un lavoratore di grande ingegno ed oltre all’idraulica di montagna, (completamente diversa da quella di pianura poiché legata alle grandi problematiche del gelo aggravate dall’alta quota), sapeva anche lavorare la pietra.
Prima di abbandonare per sempre la sua amata valle, ha voluto fare un indelebile regalo alla comunità dei Cornetti.
Ancora me lo ricordo curvo ed inginocchiato sul selciato della stradina in salita che dal parcheggio davanti alla casa di Elso e Iolanda, si snoda fra fontane e antiche case della storica borgata.
All’epoca non capivo nulla di quello che andava a fare e solo dopo la sua morte presi coscienza di cosa realmente ed incredibilmente aveva operato.
Ignoravo che quell’antica e particolare lavorazione costituita da pietre piantate a secco sullo sterrato si chiamasse “stèrni” e che avrebbe conferito alla pavimentazione una durata incredibilmente lunga e duratura nel tempo.
Oggi, camminando a piedi su per quella caratteristica stradina “alla moda veja”, quasi non ci si fà caso.
Non riusciamo ad immaginare l’enorme lavoro che è stato fatto dal geniale e molto amato idraulico del Cresto, lavoro di pazienza e di altrettanta sofferenza, (pensando alle sue ginocchia e alla sua schiena, da tempo sofferente).
Egli ha voluto fare un regalo speciale alla comunità dei Cornetti lasciando un ricordo indelebile a testimonianza del suo breve ma intenso passaggio terreno.
Già me lo vedo in cielo ad operare piccoli lavori d’idraulica.
Immerso fra le soffici nuvole alla perenne ricerca di quella grossa perdita d’acqua che è causa di alluvioni e catastrofici allagamenti sulla nostra terra.
Grazie Ninètu.
