
La ferrovia e la sbuffante locomotiva
La vicina ferrovia che scorre di fianco alla via Gottardo e alla via Sempione, situata in una profonda depressione scavata nel terreno a dieci, quindici metri dal livello stradale, era il mio “scenario di giochi” preferito.
Essa, a binario unico, era facilmente raggiungibile dai lati scoscesi fra sterpaglie e rovi, percorrendo dei piccoli camminamenti battuti fra ciottoli polverosi.
La comparsa del treno-merci, dall'andatura lenta e stanca era abbastanza rada durante la giornata e anche questa singolare circostanza, per noi bambini che invadevamo la ferrovia in apparente regime di sicurezza, nonostante i ripetuti divieti dei nostri genitori, poteva diventare un’ulteriore fonte gratuita di svago: s’intravedeva dapprima il grigio fumo in lontananza per poi percepirne l’ansimare, lo sbuffare sempre più forte accompagnato dal tipico rumore di ferraglia della vecchia locomotiva a vapore che ci lasciava poco dopo, trasognati e a bocca aperta al ciglio del dirupo, in una nuvola di fumo scuro e puzzolente.
Spesso ci mettevamo a contare gli interminabili vagoni stipati, carichi di varie merci che pareva non finissero mai, altre volte rimanevamo col fiato sospeso nel vedere scorrere sotto di noi un intero arsenale di guerra formato da cannoni, mezzi cingolati, enormi carri armati, dando spazio e libertà alla nostra fervida fantasia fortunatamente non intaccata dall'orribile realtà della guerra da poco terminata.
Nell'ampia e varia vegetazione di questo tratto di ferrovia che serviva la non lontana stazione Vanchiglia, in estate abbondavano farfalle bellissime che noi chiamavamo “Parpaglioni” ed erano le più ambite!
Tra giovani alberi inselvatichiti di pesco e ciliegio in fiore, misti a rovi e gaggia, in una fauna riccamente variegata, svolazzavano inoltre farfalle dal colore bianco e giallo, meno appariscenti ma intensamente profumate di limone, che cercavo di catturare con mille espedienti per aggiungerle alla mia “collezione”.
Altre volte, nelle calde giornate primaverili, mi divertivo a far volare dei “maggiolini” con una zampetta legata ad un sottile filo da cucito sottratto alla mamma.
Non so chi si stancasse prima, ma dopo un po’, capricciosamente, cambiavo gioco lasciando finalmente libera la povera “bestiola” con la lingua di fuori a maledire il destino che l’aveva messa quel giorno sul mio cammino!
Sempre in questo magico scenario (che stava a me come la giungla a Tarzan), più tardi, a giugno, nelle calde serate estive, il canto dei grilli faceva da sfondo ai miei appostamenti notturni nell’intento di catturare il maggior numero di lucciole che avrebbero trasformato un comune bicchiere di vetro (sempre sottratto alla mamma!) in una magica lampadina tascabile da ostentare orgogliosamente fra i propri compagni di giochi.
Più tardi arrivarono tutt'intorno a noi i” cantieri” e il mio scenario di gioco mutò.
Dapprima davanti alla nostra casa, iniziò la costruzione di un lungo condominio giallo dalla strana architettura che lasciava al centro un porticato percorribile dai pedoni e dalle auto, e poi pian piano arrivarono cantieri anche alle nostre spalle e con essi, al termine dei lavori, nuove famiglie e nuovi amici con cui giocare.
