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La casa dei sette nani - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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“La casa dei sette nani”

Questa casa molto umida, in cui vivevamo dal 1947 circa, oggi non esiste più. Essa, appena dopo la fine della guerra, faceva parte di un gruppo di sei case “quadri famigliari” poste una di fianco all'altra, separate da un ampio giardino e che oggi non esiteremmo a chiamare “villette” per la concezione architettonica innovativa di quei tempi.
Queste singolari case avevano le facciate dotate di balconi incorniciati da ampie arcate che sorreggevano quelli superiori.
Ogni alloggio aveva a disposizione un piccolo pezzo di terra da gestire a piacere, (i box a quel tempo non esistevano poiché le auto erano rare e alla sola portata dei più abbienti).
Queste case piccole ma graziose che noi definivamo simpaticamente “case dei sette nani”, erano disposte in posizione favorevole con l’ingresso e i balconi a sud, e la nostra, guardandole frontalmente, era la quintultima a destra.
Alle spalle di esse vi erano degli orti abusivi venuti su senza un ordine prestabilito in cui facevo le mie prime esperienze botaniche, venendo così a scoprire il ribes, le zucche da vino, vari ortaggi e così via.
Di fronte alla nostra casa, dove oggi c’è la piazza del mercato delimitato a destra dalla ferrovia che costeggia via Sempione e a sinistra dalla via Bologna, avevamo una distesa di terreno incolto e pieno di sterpaglie da cui s’intravedeva l’ampio ed inquietante ingresso di un lungo tunnel sotterraneo.
A noi bambini era proibito il transito di questa galleria paurosamente buia e fetida per le numerose deiezioni umane; il desiderio di trasgredire gli ordini dei nostri genitori era forte, ma la mancanza di torce adeguate…e… del coraggio necessario, ci fece ben presto e definitivamente desistere dall’insano proposito, demandando l’ardita e mitica impresa ai nostri compagni più “grandi”.
Scoprii solo dopo molti anni la vera natura di quel vecchio tunnel: esso altro non era che un “rifugio antibombardamento!”

Il nostro alloggio, guardando la casa sempre frontalmente, era situato a sinistra sul piano rialzato e si componeva di tre piccole stanze riscaldate d’inverno da un’unica stufa a legna posta in un angolo della stanza dove più si viveva, mentre le altre in cui dormivamo rimanevano fredde e umide cosi come il bagno.
Mio padre, di origine pugliese e foggiano di nascita, proveniva da una famiglia di panettieri e non aveva alcuna esperienza di orto; decise così di trasformare il suo piccolo fazzoletto di terra in un simpatico pollaio!
Io non me lo ricordo, ma alcuni ex vicini di casa, (i Crucitti), ai quali rubavo spesso le pesche (le più buone che abbia mai mangiato!) e che ora vivono a Biella e ogni tanto rivedo volentieri durante le “rimpatriate”, mi hanno raccontato di queste singolari galline le quali, ormai definitivamente addomesticate, al termine della giornata e come ubbidienti soldatini, si ritiravano in buon ordine in cantina passando da un finestrino per mezzo di una passerella posta li dall’ingegnoso genitore!
Quella passerella fatta di tavole di legno inchiodate fra loro, dopo pochi anni non servì più alle galline che erano ormai sparite da un pezzo.
Noi nel frattempo avevamo cambiato casa, ma la passerella servì al nuovo acquisto di mio padre che segnò irreversibilmente l’avvento del “benessere” nella nostra famiglia: su di essa, infatti, faceva scendere e salire la fiammante Vespa che al termine della giornata riponeva in cantina lontano dalla tentazione dei ladri.
Il “rituale”, quando io e Lino eravamo disponibili, prevedeva il nostro aiuto in questa delicata operazione di sali e scendi, facilitata in salita dall’accensione del motore per la nostra gioia e il nostro divertimento, pur avvolti da una nube di fumo dal tipico odore di benzina e olio bruciato che impregnava i nostri incolpevoli polmoni.


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