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La banda musicale del Michele Rua - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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La banda musicale del Michele Rua

Verso i sette anni successe una cosa bella e curiosa che probabilmente fu utile, molti anni più avanti, a cambiarmi radicalmente la vita.
Era il 29 marzo della domenica delle Palme del 1953 e al termine della S. Messa celebrata in S. Gaetano, Lino ed io, trovammo nostro padre ad attenderci all’uscita della chiesa.
Salimmo sulla sua vespa per andare in un luogo dove mio fratello avrebbe dovuto imparare a suonare il clarinetto.
Mosso dalla curiosità e dall’invidia, seduto in fondo alla sella e avvinghiato a Lino, chiesi al genitore di poter anch’io imparare a suonare qualcosa.
Mio padre, colto di sorpresa dall’inaspettata richiesta, esitò un momento, prima di rispondermi affermativamente.
Quasi contemporaneamente alla sua risposta, arrivammo davanti all’Oratorio Salesiano di Michele Rua dove probabilmente egli era già stato giorni prima per prendere accordi con il direttore della banda.
Don Giorgi era il nome di quest’imponente, arguto sacerdote dalla lunga tonaca nera al cospetto del quale, esageratamente intimoriti, fummo di lì a poco introdotti alla musica.
Per mio fratello Lino non ci furono problemi di sorta, poiché il maestro accettò di buon grado che lui suonasse il clarinetto, strumento utile in quel momento per rimpinguare le file degli scarsi clarinetti.
Per me, che per suo volere ed esigenza contingente, avrei dovuto suonare il “Genis” o Flicorno d’accompagnamento, scontrandosi con la contrarietà di mio padre e mia, (istruito precedentemente dall’arguto genitore che durante la guerra aveva accompagnato con la sua chitarra alcuni suonatori di cornetta apprezzandone in questo modo la qualità prettamente solistica di questi strumenti), fu tutta un’altra storia.
Più tardi, infatti, nella sala prove, il giovane sacerdote Don Giorgi tentò ancora una volta, ma inutilmente, di convincermi ad imparare uno strumento d’accompagnamento a fiato a suo dire più utile nella banda; io, come già detto, addestrato dal consapevole ed intuitivo genitore, mi incaponii capricciosamente nel voler imparare a tutti i costi la tromba, facendolo infine desistere dal suo sia pure giustificato proposito.  
Di lì a due ore dopo, esercitandomi solamente con il bocchino, riuscii finalmente a far contento il maestro con la prima stentata “pernacchia”, dando il via alla seconda fase che prevedeva finalmente l’uso del sospirato e sconosciuto strumento.
Le pareti del grande locale erano circondate da rastrelliere atte ad accogliere numerosissimi strumenti di ogni tipo e grandezza; il maestro ne prese uno dalle fattezze di una tromba, (o cornetta), e, constatato che aveva i pistoni bloccati dal prolungato disuso, li tolse dai suoi cilindri e li “lubrificò” in modo economico e del tutto naturale facendoli scorrere ad uno ad uno sulla propria lingua umettata dalla propria saliva per poi rimetterli nuovamente in sede, sotto lo sguardo esterrefatto e un po’ schifato del sottoscritto.
 Fu così che alla fine, con buona pace di tutti, ebbi la fortuna di studiare la tromba, lo stesso strumento che un giorno, molti anni più tardi, mi permetterà di fare un “salto di qualità” cambiando radicalmente la vita e diventando “prima tromba” nell’Orchestra del Teatro Regio di Torino.
 


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