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L’eredità di un vecchio televisore - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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L’eredità di un vecchio televisore

Quasi tutti i giorni ricevevo la gradita visita dell’amico Attilio giunto lì per far la legna, il fieno ed ancora altro.
La nostra amicizia cresceva insieme alla baita di giorno in giorno, ed egli, schietto come sempre, non mi risparmiava le sue motivate critiche sul modo di realizzarla a causa del suo integerrimo “fondamentalismo” a favore, (come lui stesso amava definire), della “moda veja”.
Per lui le mie soluzioni adottate erano quasi sempre troppo tecnologiche, costose e inopportune;
spesso si arrabbiava perché gli chiedevo dei consigli ma poi, egli diceva “fai sempre di testa tua”.
Da tempo e come già detto precedentemente, egli possedeva una funzionalissima motosega ma, in onore a quanto sopra e a dispetto dell’età, così come già detto, preferiva caparbiamente utilizzare l’utensile a mano per tagliare la propria legna.
L’unico compromesso con il progresso e la tecnologia, mi dichiarava apertamente l’amico con imbarazzante rassegnazione, era quella vecchia televisione sempre accesa, preziosa ed utile “finestra costantemente aperta sull’universo”, che aveva ereditato inizialmente e con malavoglia da una sua vecchia zia.
Quel medesimo oggetto o diavoleria moderna ricevuta in dono, gli aveva comunque permesso di crescere culturalmente: i concorsi a quiz erano la sua passione e molto spesso anticipava i concorrenti con le sue risposte esatte.
 
In serata, al termine dei miei lavori ai Frè e prima di riprendere la strada per il ritorno a Torino, andavo come sempre a salutare i miei due amici di Balme.
Marianna si attardava con i pochi clienti ancora rimasti in negozio, mentre Attilio, in attesa della consueta cena, nel suo tipico atteggiamento con la mano e il braccio sinistro che gli reggevano il mento e la guancia, giaceva passivo e stanco, fra il tepore della piccola cucina, con lo sguardo all’insù davanti alla propria “scatola magica” che verso quell’ora riproponeva puntualmente il suo programma preferito.
(Quella tipica posa di Attilio appena qui sopra descritta, la si può cogliere al cimitero di Balme e nella foto tombale che io stesso e a suo tempo gli avevo scattato).
 
Dotato di forte personalità e intelligenza, Attilio spesso si intratteneva con me, (che lo ascoltavo con attenzione e passione), nei racconti che l’avevano visto protagonista durante l’Ultima Guerra nel ruolo insolito di “guardafili”.
A quell’epoca non avevo capito ancor nulla sull’ultimo Conflitto Mondiale e facevo molta fatica a seguire i suoi racconti, giustificando la mia buona fede nella mia grossolana ignoranza in materia, con il ricordo di quanto affermato dall’insegnante di storia durante le lezioni alla scuola media: “occorreranno almeno cento anni” sosteneva il vecchio docente ” prima che si conoscano le ragioni e le responsabilità di chi ci ha trascinati in questa scellerata guerra”, concludendo che per conoscere queste verità, per l’appunto, “dovranno passare almeno cento anni e morire tutti i testimoni”.
 
Confesso di aver subìto anch’io il fascino di quest’uomo baffuto che ha amato la montagna, Balme e i Frè più di sé stesso o di ogni altra cosa al mondo, condiviso negli stessi gusti dalla sorella Marianna, solamente di due anni più giovane.
Lo ammiravo e lo copiavo!
Così come lui, anch’io viaggiavo senza mai dimenticare fra le tasche il prezioso coltello “Opinel” appena acquistato e che a suo dire era il migliore in assoluto per la peculiarità di riuscire ad aprire una scatoletta di carne senza mai perdere il filo; mi aveva anche insegnato ad affilarlo dicendomi che il filo era perfetto quando facendo scorrere delicatamente la lama sull’unghia non doveva scivolare via ma piantarsi inciampando su di essa; era ottimo, diceva lui, per tagliare e ripulire la scorza della toma da lasciar fondere e filare, fra l’esaltazione del suo profumo, sulla calda e rustica stufa di casa.
Era l’ideale, sosteneva ancora l’amico margaro, per tagliare il gambo cavo di un’arbusto di montagna (di cui ricordo il sapore amarognolo ma non il nome), indispensabile come cannuccia per succhiare la scarsa acqua che scorre fresca e pura ma inaccessibile alle mani e alla bocca, fra le slavate pietraie dei secolari sentieri alpini.
Penso spesso a quante scatolette di carne deve aver aperto e imboscato fra le rocce l’amico Barachin durante l’attività di margaro svolta per anni sui propri pascoli che dai Frè conducono ai Laghi Verdi.
Ecologista per natura e non per scelta, il saggio amico sapeva che la comunissima scatoletta di latta per alimenti, (non trattata come quella di oggi), si sarebbe lentamente ma inesorabilmente degradata con l’andare del tempo senza arrecare danno alcuno alla Natura stessa.
 
I due fratelli, Attilio e Marianna, molto uniti dal vincolo di sangue e dalla montagna ch’essi amavano profondamente e che aveva dato loro i natali, non si erano mai rassegnati alla perdita prematura della loro cara sorella Ines.
Pur claudicante, (a causa di un’imperfezione ereditata probabilmente dalla Poliomielite quando era ancora bambina e che comunque non avrebbe intaccato minimamente la sua naturale bellezza molto decantata da chi ai suoi tempi ebbe la fortuna di conoscerla), Ines andava disinvoltamente e con le proprie mucche al pascolo in su e in giù per i sentieri che la conducevano spesso alla Garavella e ai Laghi Verdi.
Più di una volta la bella Ines aveva dato ad esperti escursionisti, persisi fra la nebbia di quegli amati monti, le preziose e rassicuranti indicazioni per il viaggio di ritorno.

Tre fratelli uniti e segnati dalla stessa sorte:
Marianna si era sposata rimanendo prematuramente vedova e senza figli, mentre gli altri due fratelli non avevano avuto eredi per non essersi mai sposati.
Conosco poco o nulla della vita di Ines, mentre di Attilio so che aveva tentato varie volte di accasarsi con una delle sue numerose spasimanti conosciute sulle piste delle sale da ballo.
Andava tutto bene, mi raccontava, fino a quando non portava le future candidate sugli alti e adorati alpeggi montani per il consueto “collaudo”.
Mostrando il suo duro lavoro di margaro che avrebbe desiderato condividere per tutta la vita con la candidata di turno, ogni volta ricapitava la stessa cosa:
doveva riaccompagnarla precipitosamente verso il fondo valle per restituirla al tepore e alle certezze della civiltà momentaneamente perduta, fra lo sconforto e l’ennesima disillusione di sempre!
Dagli amici di Balme seppi anche che negli anni della gioventù e della spensieratezza, Attilio condivise una fraterna e goliardica amicizia con Stefano Bricco, il fratello di Giorgio Camussot, fino a quando il caro amico non si schiantò in moto contro il muro della Mandria.  
 
Verso ottobre, a Balme e fra i monti, giunge prematuramente il freddo e il gelo; la mancanza di neve ci consente fortunatamente di riprendere e protrarre per lungo tempo i lavori di ristrutturazione, momentaneamente interrotti con Franco a causa delle già sopra citate situazioni contingenti.
Come da un copione di una commedia che si recita da secoli, gli ultimi protagonisti e margari dei Frè, Pinotu e la moglie Franca, Adriano e la nipote Polly, lasceranno definitivamente la borgata con le proprie famiglie per portare le mucche e tutti gli altri animali a svernare nelle rassicuranti stalle dei Cornetti.
 
I lavori proseguiranno alacremente nonostante il gelo insopportabile di quei giorni.
A causa di alcune pericolose lastre di ghiaccio che insidiano la strada sterrata che dai Cornetti porta ai Frè, decidiamo di salire in baita con il Toyota di Franco Micciu, lasciando volentieri e senza rimpianti, la mia nuova Fiat Regata nel sicuro parcheggio dell’Albaron.
In queste circostanze estreme, con Franco, qualche volta si rese necessario coprire il ghiaccio sulla strada con ghiaia e terra per permettere al fuoristrada 4 x 4 di superare comunque l’inaspettato ostacolo.
Il freddo secco e pungente si fa sentire attraverso i vestiti e, data la bassa temperatura, utilizziamo un cemento speciale per i lavori da eseguire all’esterno.
Più fa freddo e più Franco manifesta un’incredibile e coinvolgente energia!
Per poter lavorare al caldo, mettiamo sul vecchio e fumoso camino la legna più brutta recuperata dallo smantellamento del materiale inutilizzato, coprendo con dei robusti nailon tutte le finestre e le fessure per impedire all’aria pura ma gelida dei 1.500 metri di penetrare all’interno.
Non so dove potessi trovare anch’io tutta quell’energia e quella forza di volontà per poter affrontare il disumano lavoro, più le responsabilità dell’orchestra che mi attendevano al Teatro Regio di Torino, ma so per certo che se qualcuno mi avesse messo al corrente di quel che il destino mi avrebbe riservato e se per magia avessi potuto tornare indietro, molto probabilmente non avrei mai cominciato quei lavori e di sicuro non mi sarei mai avventurato in questa ciclopica impresa!




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