L’acquisto di un rustico ai Frè
L’amico Luigi, altrettanto amico di Castagneri Attilio (Barachin, figlio di Baraca) e la sorella Marianna, m’informa che loro desiderano vendere una delle loro baite ai Frè per dodici milioni di lire, anch’essa ovviamente da ristrutturare.
Il mio stipendio di Prima Tromba nell’Orchestra del Teatro Regio di Torino è sicuramente buono ma l’incauto investimento in Calabria finito male e il conseguente dissanguamento, m’impedisce il disinvolto acquisto del rustico; solo la dichiarata amicizia di Luigi sblocca la situazione, riuscendo lui medesimo a convincere i due fratelli alla transazione con piccole e personalizzate comode rate.
La generosa solidarietà conosciuta e sperimentata al Pian della Mussa con i campeggiatori, si trasferisce e si amplifica qui ai Frè e a Balme, oltre che per la mia innata cordialità, soprattutto per le magiche note della mia fisarmonica capace di abbattere il muro della diffidenza che contraddistingue e caratterizza la cultura di tutti i popoli montani, balmesi compresi.
Adesso la vecchia casa dei Frè era nostra e occorreva conoscere e ingaggiare qualche bravo muratore per ristrutturarla al più presto cercando di spendere il meno possibile.
Ma noi conoscevamo solo Attilio e la sua proverbiale passione per il tango e la “curenta”.
Quest’uomo alto e con i baffetti alla Clark Gable, dagli occhi vispi ed intelligenti, dal passato di donnaiolo impenitente, ambito e conteso dal “gentil sesso” di tutta la Valle, mi ascolta alla fisarmonica e accantonando momentaneamente i problemi della ristrutturazione, mi prende di peso e mi porta alla conoscenza e condivisione del suo “piccolo universo montano”.
Ricordo la prima incursione nella vecchia scuola elementare di Balme (che ora non esiste più per l’esiguo numero di allievi) vicino alla chiesa della SS. Trinità.
Chiudo gli occhi e rivedo la scena di Attilio che bussa delicatamente alla porta dell’aula per proporre me e la mia fisarmonica allo stupore dell’insegnante e dei pochi alunni che immagino siano rimasti poco dopo il nostro passaggio, a meditare sulla provvidenzialità o meno di quel breve e piacevole fuori programma.
Ancora ricordo la seconda tappa al ristorante dello storico Albergo Camussot e la maestosa sagoma dell’arcigno cuoco Giorgio bricco, (fratello di Antonietta del bar Centrale di Balme), uscito dalla cucina ostentando un’espressione inequivocabile che mostrava apertamente l’inopportunità della nostra visita; egli, trasfigurato felicemente nel volto alla vista e al suono della mia fisarmonica, la ascoltò brevemente e serenamente in religioso silenzio abbozzando un sorriso, seduto su di una cassapanca nella penombra del luogo illuminato dal luccichio degli occhi raggianti e felici del suo vecchio amico Barachin.
Ricordo la terza tappa al bar di Martassina e un po’ meno le numerose altre puntate fatte in tutti gli altri bar della Val d’Ala.
Giungiamo infine a Lanzo, al “capolinea” della singolare maratona terminata con la visita alla sua amata commercialista, (alla quale il galante amico non aveva mai dimenticato di portarle un fresco mazzolino di fiori dai molteplici e tipici colori dell’alta montagna da lui appena raccolto).
Attilio, leggermente barcollante per qualche bicchiere di troppo ed io con la mano destra dolorante per le ripetute suonate, stanchi entrambi ma ampiamente soddisfatti, suggelliamo la nostra nuova amicizia con un ennesimo brindisi prima di rientrare definitivamente e miracolosamente a casa.
Un violento sternuto del nuovo amico durante il viaggio di ritorno che da Ala conduce a Balme, per poco non gli fa perdere il controllo della nostra auto col rischio di schiantarci contro un’enorme roccia affiorante sulla destra di una pericolosa curva della stretta carreggiata.
