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L’abbandono della scuola a favore di varie esperienze lavorative - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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L’abbandono della scuola a favore di varie esperienze lavorative

Il primo lavoro lo feci nella stessa fabbrica dove da alcuni anni lavorava mio fratello Lino.
L’officina meccanica era la Ghibaudi & Mario, produceva ricambi per motori d’auto di tutte le marche ed io ero stato messo a lavorare alle macchine rettificatrici, dove, grazie all’insegnamento di un operaio anziano di grande esperienza, dopo qualche settimana di esercitazioni sul campo, potevo finalmente lavorare da solo ed in piena autonomia.
Il nuovo lavoro mi piaceva molto e vedere quei numerosi particolari temprati e sabbiati trasformarsi in oggetti lucenti e belli a vedersi dopo il passaggio sulla mia macchina di rettifica mi dava una piacevole ed inspiegabile sensazione mai provata prima: quelle mole abrasive che giravano ad altissima velocità riuscivano a scalfire e a levigare a specchio il particolare meccanico in acciaio temprato durissimo che si trasformava, dopo la lavorazione, in un apparente gioiello degno di comparire nelle vetrine di Tiffany.
Unica nota dolente era che all’occorrenza, essendo io un giovane apprendista appena arrivato, dovevo lasciare la meravigliosa macchina rettificatrice da interni, (mentre mio fratello lavorava alle macchine rettificatrici da esterni), per recarmi sulla strada adiacente l’officina meccanica per scaricare il camion dal suo contenuto che consisteva in cassoni ricolmi di particolari grezzi appena giunti dal trattamento termico, (o Tempra) che, dopo lo scarico a terra e prima che il camion ripartisse, dovevano essere controllati nel loro quantitativo.
Fu in questo modo che imparai la tabellina del 2 e del 4 a memoria poiché nella conta dei pezzi bisognava essere rapidi, precisi ed efficienti.
Un giorno, durante la fase di scarico e di conta, mi bucai un piede con un lungo chiodo che fuoriusciva da un asse di una cassa in legno contenente il materiale da inventariare; il dolore era fortissimo ed insopportabile; dopo una leggera medicazione superficiale, fui rimesso nuovamente, (e come nulla fosse), a lavorare allo scarico e nella conta dei pezzi.
Altro punto negativo era l’enorme distanza dalla nostra casa alla fabbrica.
I due mezzi pubblici che da vicino casa portavano mio fratello e me all’officina meccanica costavano troppo e così decidemmo, in comune accordo con i nostri genitori, di utilizzare le biciclette almeno per il periodo estivo.
  
In primavera, dopo aver consumato i nostri miseri pasti contenuti nei baracchini in un’osteria compiacente che non ci obbligava a mangiare il prodotto della loro cucina, le alternative per trascorrere il rimanente tempo prima della ripresa del lavoro pomeridiano erano o le carte da gioco oppure  andare nei campi adiacenti la fabbrica, dove, in una discarica abusiva (all’epoca l’abusivismo in generale era molto frequente), recuperavamo foglie, petali variopinti e steli di plastica, probabile materiale di scarto di una attigua fabbrica di fiori artificiali.
Con rapide manovre meccaniche riuscivamo a mettere insieme quei pezzi multicolori di quel nuovo materiale innovativo, trasformandoli in bellissime composizioni floreali che poi portavamo ai nostri genitori, utili ad abbellire la nostra sguarnita e povera casa, senza peraltro notare le invisibili imperfezioni che avevano segnato il destino di quegli scarti, concludendo il loro breve ciclo vitale e finendo quindi nelle discariche.
Come già detto sopra, c’era la comoda possibilità, da parte mia e di mio fratello Lino, di poter raggiungere il luogo del lavoro con i mezzi pubblici, ma ad un costo improponibile per la nostra povera economia, demandando questa soluzione eventualmente per la stagione fredda ed invernale.  
 
Nell’autunno, le giornate ormai più corte costringevano mio fratello e me a partire al buio e di buon’ora per raggiungere in bicicletta, (e dopo molti chilometri), l’officina meccanica situata in fondo a corso Francia, ripartendo sempre al buio e di sera per ritornare a casa nel nostro quartiere popolare.
Inizialmente la ditta Ghibaudi & Mario era situata non lontano da casa nostra, poi, probabilmente a causa del boom economico e del desiderio di espansione da parte dell’azienda, così come di tante altre che rifuggivano dalla città, fece sì che ci trasferissimo in una zona a quell’epoca ancora agricola di corso Francia, dove, non molto lontano, c’era, (se ricordo bene), il capolinea del 6.
Il lavoro di rettificatore mi piaceva molto, ma l’idea di trascorrere parte della mia lunga vita lavorativa in bici e sulle insidiose strade del centro di Torino mi fece riflettere, (e fece riflettere anche i miei apprensivi genitori), specialmente dopo un incidente in via Bologna al rientro dal lavoro, quando per distrazione mi scontrai contro un’auto in sosta; io non mi feci nulla, ma il telaio della bici si accartocciò su se stesso, costringendo mio padre all’acquisto di un nuovo ricambio e alla completa riverniciatura della bici, che, per l’occasione, assunse una nuova tinta di color “giallo shocking” fatta alla bene meglio con una vernice recuperata chissà dove.
Fu probabilmente la pericolosità del lungo viaggio per raggiungere l’officina il probabile motivo dell’abbandono di questo lavoro per decisione dei miei apprensivi genitori.
Per la verità e prima ancora d’intraprendere questa bellissima professione di rettificatore, ebbi una brevissima esperienza lavorativa in una piccola officina dove venivano rigenerati i freni.
Al solito, data la mia giovane età e la mia scarsa esperienza, mi misero a lavare con il petrolio innumerevoli ganasce dei freni logori e sporchi dall’usura: armato di un semplice pennello dovevo ripetutamente armeggiare energicamente intorno alla ganascia per rimuovere il deposito di sporco misto alla polvere dei ferodi rilasciata durante l’usura.
L’odore acre del petrolio mi penetrava nei polmoni e nelle narici rimanendovi per ore e ore anche al termine del lavoro, mentre le dita del medio e del pollice della mano destra, (che impugnavano saldamente e per molte ore quell’unico pennello impregnato di maleodorante petrolio), si riempirono velocemente di bolle che non ebbero il tempo di trasformarsi in calli poiché i miei genitori, stufi di vedermi arrivare a casa puzzolente e bisognoso di continui ricambi di abbigliamento, mi fecero in breve licenziare.
Spesso, riflettendo sulla mia fortunatissima carriera musicale, non posso fare a meno di tornare con la mente a quei drammatici giorni di prima esperienza lavorativa, proprio in quella piccola azienda di riciclo ganasce, pensando a quale altro giovane sfortunato abbia poi continuato a lavorare là dove io avevo fortunatamente interrotto l’attività.
 
Il terzo, ma preferirei dire il secondo vero lavoro, l’ho svolto in una fabbrica di macchine tipografiche.
Anche in questo caso si trattava di una fabbrica a conduzione famigliare; “Mussano e Sisto” era il nome della ditta che si trovava nei pressi di Largo Brescia, vicino alla via Bologna.
Pur se nella giovane età adolescenziale, fui messo a lavorare al tornio, assistito nei primi giorni da un operaio anziano e capace.
La macchina era visibilmente vetusta e veniva movimentata grazie ad un potente motore elettrico per mezzo di una cinghia di cuoio.
Parallelamente all’apprendimento del tornio, venivo subito addestrato ad affilare gli utensili per la lavorazione dei metalli e anche ad affilare le punte elicoidali, (cosiddette punte da trapano), in acciaio super rapido di tutte le misure.
In breve, affilavo anche gli utensili al Widia, forniti di una pastiglia durissima in lega (Tungsteno e Cobalto, durezza 9) saldata sulla punta di aste d’acciaio dalle fogge più disparate e consone alla lavorazione di metalli duri oltre che all’acciaio temperato.  
Questa macchina, a differenza della macchina rettificatrice, rivelava delle particolari doti creative poiché non era legata ad un'unica lavorazione in serie, ma ad innumerevoli tipologie di lavorazione: essa poteva filettare sia internamente sia esternamente creando dadi e bulloni di ogni dimensione, poteva creare bronzine, pulegge e quant’altro limitatamente alla fantasia umana.
Dopo pochi mesi mi specializzai nella filettatura di viti, che avevo scoperto, (con l’aiuto dell’olio emulsionabile per il raffreddamento della lavorazione, diluito in un certo modo e seguendo una personale ricetta), di poterli far diventare non solo funzionanti, com’era giusto che fossero, ma anche lucidi e belli da vedere, tanto che, quando venivano richiesti in una certa quantità e per un uso speciale, questi prodotti di fine tornitura li facevano fare a me.
Anche questo lavoro non durò che per poco tempo, ma le motivazioni per licenziarmi da questa fabbrica di macchine tipografiche questa volta erano ben diverse.



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