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Il tacchino di Natale - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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Il tacchino di Natale  

Il Natale, pur nello squallore della povertà di quei tempi, giungeva come sempre a regalarci tanta gioia: solo in quel periodo, infatti, si vedevano girare per casa “strani frutti” come arance e mandarini, (i mandaranci a quel tempo non esistevano ancora!), che andavano, insieme alle noccioline, al carbone, (quello vero!) e alle noci, a riempire le nostre misere calze in occasione dell’Epifania.

A casa nostra inizialmente non vigeva la tradizione dell’albero di Natale, ma del Presepio che papà Tommaso, col nostro modesto aiuto, preparava per tempo: ricordo la quantità di giornali raccattati in giro o a noi regalati dagli amici che mettevamo a macerare nell’acqua e che il nostro abile genitore modellava sapientemente sopra una struttura di legno di recupero che formava lo scheletro del presepe, sbizzarrendosi sino a trasformare l’insieme in un’autentica opera d’arte!
Non appena il “tutto” era finalmente pronto, arrivavamo noi con la nostra fantasia e… le statuette di gesso a terminare il “capolavoro”.
Erano giorni, quelli, di frenesia e di gioiosa attesa, minate a volte dalle “funeste” pagelle che arrivavano inopportune a turbare la serenità di quella indescrivibile atmosfera di convivialità.
Mio padre, tornando dal lavoro, doveva spesso sforzarsi di essere severo e impietoso con noi, sfoderando minaccioso la cintura dei pantaloni per rientrare perfettamente nella parte del cattivo; ma credo, oggi, che quel ruolo non gli si confacesse e che quella “tragica rappresentazione”, nel profondo del suo cuore, gli dovesse costare molto cara!
 
Il rituale del tacchino allevato ed ingrassato in cantina qualche mese prima del Natale, (sopraggiunto più tardi con i primi sintomi del “benessere”, nuova parola coniata proprio in quei primi anni di boom economico del “dopo guerra”), vedeva la nostra famiglia dividersi in due fazioni: quelli che lo volevano morto e cucinato per il pranzo natalizio, e quelli che, subentrata l’affezione per le ripetute rivisitazioni in cantina, (nonostante il divieto della mamma e del papà), gli avrebbero già dato un nome addomesticandolo e lasciandolo tranquillamente girare per la casa!
Qualche giorno prima di Natale, infatti, c’è nell’aria un oscuro presagio;
spesso i nostri genitori si appartano confabulando tra loro per sparire definitivamente per qualche ora.
La loro ricomparsa coincide con quella del tacchino che ormai cadavere e ignudo si mostra ai nostri occhi (un po’ umidicci e increduli) senza dignità alcuna, gonfiato come un pallone e appeso allo sciacquone del cesso!
Nostro padre, per il triste scopo di cui sopra, utilizzava una normalissima pompa di bicicletta leggermente modificata che controllava e mostrava a noi con fierezza già qualche giorno prima di Natale!
A tal proposito ho un ricordo offuscato, ma indelebile di un Natale in cui il nostro ingegnoso genitore, terminato il lavoro del Presepe che odorava ancora di colla e vernice fresca, non avendo altro da fare, si mise ad armeggiare su una parte anatomica del compianto tacchino (forse lo stomaco?); lo riempì d’aria (probabilmente con la stessa pompa!) e lo consegnò più tardi a noi felici e contenti di possedere finalmente un “pallone” con cui giocare.
La cosa non ebbe un lungo seguito, poiché, dopo circa tre giorni, questo singolare manufatto dalle vaghe fattezze di una palla incominciò a decomporsi emanando un cattivo odore che andava ad appestare e a rovinare l’atmosfera natalizia di quei giorni.
Non avemmo altra scelta: fummo costretti a disfarcene tra lo sconforto e la delusione più totale di noi bimbi!    
                     

           
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