Franco Taroc e una gita mancata
Un mio grande sogno nel cassetto rimasto ancora oggi irrealizzato, dopo aver fatto numerose e splendide gite nei dintorni di Balme, era di poter raggiungere a piedi il rifugio d’Avérole, (dipartimento della Savoia) a metri 2.210, nel comune di Bessans e nelle Alpi Graie.
Ne avevo parlato con Franco Taroc, conosciuto dapprima al Pian della Mussa al tempo del campeggio, dove trascorreva anche lui l’estate in roulotte con la moglie, poi successivamente venuto a lavorare su da me in baita.
Franco, oltre che cacciatore ed eccellente guida alpina, era anche un grande lavoratore, sempre puntuale nei quotidiani appuntamenti condivisi con gli altri due operai Martino e Franco Micciu.
Armato di piccone e di pala, Franco Taroc, dal grande fisico e dalla forza taurina, aveva contribuito non poco allo scavo delle fondamenta del robusto muro perimetrale in pietra che avrebbe dovuto accogliere il sito in terrapieno di fronte alla baita, (successivamente lastricato con le lose avanzate del tetto).
In un primo tempo pensai di piantare tre betulle bianche, (come si usava allora nei giardini condominiali tanto in voga nelle grandi città), ma poi, attaccato verbalmente e animatamente da Attilio al quale avevo fatto vedere lo schizzo della casa con i tre alberi in giardino e che mi dimostrava concretamente la perfetta inutilità di questo ambito progetto, messo da parte l’orgoglio ferito, cambiai saggiamente idea decidendo per l’appunto di ricoprire il sito con le lose.
“Ti t’zes matt, ti t’capiss prepi niente!”, mi disse Attilio che, come al solito, senza peli sulla lingua e senza un minimo di diplomazia non si risparmiava di rimproverarmi per portare l’ombra e l’umidità in casa, mi diceva lui, a causa di quelle inutili tre piante, concludendo:” ambele sì aiè mac ad bosc, Diu bel, perché vele bitete altre piante?” (qui intorno c’è solo alberi, Dio bello, perché vuoi metterti altri alberi?).
Spesso Attilio mi rimproverava apertamente perché gli chiedevo mille consigli, ma poi facevo sempre di testa mia.
Non questa volta, però, e non mi sono mai pentito per l’oculata scelta che con la pavimentazione del sito, potemmo fortunatamente e così ancora oggi, prendere indisturbati il sole, comodamente sdraiati sui lettini, abbronzandoci davanti a casa nostra.
Franco Taroc non era di molte parole ma la sua rassicurante presenza trasmetteva fiducia e coraggio negli altri due colleghi di lavoro, influenzandoli positivamente sulla puntualità, cosa che con Franco Micciu, (e giusto qualche tempo prima, probabilmente a causa delle sue molteplici attività lavorative), questa qualità veniva un po' sottovalutata e disattesa.
A Balme, nel piccolo piazzale del Bar Centrale davanti alla chiesa della Santissima Trinità e in un’assolata giornata estiva, incontrai l’ex collaboratore Franco Taroc in perenne divisa da scalatore con scarponi e un bel pantalone a gamba corta che metteva in evidenza la muscolatura dei suoi polpacci ricoperti da rossi calzettoni di lana.
Il suo tipico abbigliamento lasciava intendere la sua grande passione per la montagna e per le scalate in alta quota.
Il lavoro di scavo in baita era ormai un vecchio ricordo destinato a sbiadire, ma non la nostra amicizia e la reciproca stima acquisita sul “campo”.
Proprio a causa di questa amicizia mi faccio coraggio e confido a Franco il mio sogno irrealizzato di poter intraprendere a piedi la gita fino al rifugio di Avérole, in alta Savoia.
Il sorriso che all’improvviso illumina il volto dell’amico, (abbronzato dalla lunga esposizione al sole e incorniciato da due rosse guance a riprova del suo ottimo stato di salute), mi fa ben sperare.
Pur non avendogli chiesto nulla ma quasi come se l’avessi invitato a nozze, Franco, si propone spontaneamente per accompagnarmi personalmente al traguardo dell’ambìta meta.
La proposta appare imperdibile ed allettante ma, ricordandomi e ricordandogli di alcuni ghiacciai da percorrere con i ramponi e di cui avevo molta paura, l’amico Franco, afferrandomi saldamente ed energicamente per il bavero, prontamente mi risponde:” preocpte nen, mi tciapu da si et portu da là!”, (non ti preoccupare, io ti prendo da qui e ti porto da là!)
Quelle sue due mani possenti con le quali mi afferrò il bavero non mi avevano però sufficientemente convinto e così, sia pure a malincuore, abbandonai l’ambito progetto rinunciando per sempre a quella gita al rifugio di Avérole.
