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Franco (Micciu), un operaio straordinario! - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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Franco (Micciu), un operaio straordinario!

In quasi tutta la  Valle era molto difficile procurarsi una squadra di muratori per i lavori di ristrutturazione senza dover aspettare mesi e a volte anche anni a causa della febbrile richiesta di manodopera specializzata.
Per la nostra baita ai Frè una qualunque impresa edile come quella di “Tetti” o di”Martinengo” non sarebbe andata bene, sia per gli alti costi ma soprattutto per l’impossibilità di piazzare gru o di utilizzare automezzi per il trasporto dei materiali a causa dell’inagibilità degli stretti vicoli della nostra graziosa ma scomoda borgata; la sua ristrutturazione sembrava un’impresa impossibile e costosa: bisognava reperire degli abili operai in grado di lavorare alla “moda veja” (moda vecchia, così come si usava un tempo!), confidando nella loro straordinaria forza fisica e arguzia tramandata da padre in figlio.  
Ecco che la mia magica fisarmonica, con una mossa azzeccata, muove la prima fortunata pedina:
a breve, l’amico Attilio ci presenta e convince Franco Castagneri, (detto Micciu), ad eseguire per noi gli indispensabili lavori di recupero della nostra futura residenza estiva; ma la cosa più importante, avendo noi già contratto debiti per l’acquisto del rustico, era il poter pagare le sue prestazioni un po’ alla volta seguendo l’andamento dei lavori, oltrechè prestando, in cambio di un cospicuo sconto, la mia personale disponibilità in qualità di “boccia” o manovale.
  
A quel tempo ero molto libero dagli impegni d’orchestra al Teatro Regio per via dell’alternanza con il collega altra Prima Tromba che con me ripartiva la lunga Stagione Lirica, suonando entrambi un’opera si e un’opera no.
Anche la voglia di lavorare su di un progetto conservativo della casa da me personalmente realizzato sull’esempio dell’amico Luigi, nel pieno rispetto della cultura e della tradizione locale, utilizzando materiali idonei come lose, travi e tavole di legno massiccio in larice per la pavimentazione, creava in me un crescente entusiasmo che veniva purtroppo sempre più smorzato dalla latitanza del mio operaio Franco, già fortemente oberato dai propri inderogabili e numerosi impegni lavorativi.
Nella Balme di allora, credo non ci fosse stato sicuramente nessuno capace di battere in quantità e varietà di lavori l’intraprendente Franco Micciu, uomo intelligente e dalla forza taurina: Allevatore di bestiame, contadino, troticultore, abile suonatore di Bombardino, infaticabile muratore, carpentiere e ancor più straordinario ed impareggiabile posatore di lose; ancora macellaio nel proprio negozio di alimentari nel Villaggio Albaron, vicino a Balme, ed infine, se non dimentico qualche altro mestiere, finalmente un lavoro pulito e d’intelletto in qualità di assessore nella giunta comunale di Balme.

 
Il primo inverno ai Frè trascorse senza lavori di ristrutturazione.
Nel frattempo e con la mia giovane famiglia, utilizziamo la nostra vecchia baita per qualche fine settimana, scaldati semplicemente dall’antico e fumoso camino che nel corso dei secoli, per via del suo discutibile tiraggio, aveva annerito tutto l’ambiente circostante.
Una piccola scala in legno ci conduce al piano di sopra, nell’ex fienile trasformato dal suo ultimo possessore e abile falegname, in una confortevole “roulotte” costituita da pannelli di compensato.
Pur se in una cornice stupenda e incontaminata, ammirata attraverso i fragili vetri deformati dai secoli e miracolosamente rimasti indenni nelle antiche finestre della nostra baita, (resa ancora più romantica dal fuoco del camino), il freddo e il gelo a questa altitudine sono decisamente insopportabili per riuscire a dormire.
Nonostante i rassicuranti ma insufficienti sacchi a pelo, non riesco a prendere sonno e un pensiero costante e persistente mi martella la testa: prima del prossimo inverno bisogna assolutamente provvedere alla ristrutturazione!
In una fredda domenica qualunque, faticosamente riscaldata dal sole, invitai mia sorella Ersilia e suo marito Elio Marello per un pranzo su da noi ai Frè.
Dopo aver fatto loro ammirare in lungo ed in largo la pittoresca borgata, visitare quei pochi metri quadri di casa in pietra e legna e dopo il pranzo splendidamente cucinato da Zoja, mia sorella mi chiama in disparte per dirmi che avendo ella venduto uno dei suoi numerosi appartamenti, disponeva di trenta milioni che avrebbe potuto prestarmi per l’immediata ristrutturazione del rustico.
Rifiutai la generosa proposta ringraziandola e spiegandole che per quest’occasione volevo provare a mettermi in gioco con le mie sole forze e contro la mia stessa natura di prodigo e di proverbiale sprecone, con lo scopo non casuale di essere questa volta spronato a risparmiare con grande serietà ed impegno. (Per l’acquisto della casa al mare definitivamente persa, avevo ricevuto in prestito sette milioni da mia madre e tre milioni da mio padre, e questa volta volevo agire da solo!).
Aggiunsi che comunque nel caso mi fossi reso conto di non farcela a pagare Attilio, il muratore e i numerosi materiali indispensabili alla ristrutturazione, mi sarei eventualmente rivolto a lei per l’accettazione di quel prestito inizialmente rifiutato.
 
I lavori cominciarono nella primavera del 1987 con il completo rifacimento del tetto in lose irregolari, adatte al rustico ed all’altitudine del luogo.
Franco si avvalse dapprima della collaborazione di Ignazio (o Gnassin, genero di Michele, gestore del bar sulla strada per i Cornetti) e poi, successivamente, proseguì da solo e coraggiosamente nel resto dei lavori.
Ben presto mi pentii per non aver accettato il prestito di mia sorella e, alla mia conseguente richiesta, avendo ella ormai investito quei trenta milioni in un’operazione finanziaria, ricevetti in alternativa l’imperdibile offerta di due milioni al mese e fino alla fine dei lavori, da destinarsi alle spese di ristrutturazione.
Dopo una lunga stasi legata alla parentesi estiva per l’espletamento delle proprie numerose e poliedriche mansioni, Franco Micciu ricominciò a lavorare con una certa assiduità soltanto nell’autunno dello stesso anno.
 
Partivo all’alba di tutti i miei giorni liberi dal lavoro e giungevo verso le otto del mattino nella sua stalla a Chialambertetto dove lo trovavo intento alla mungitura.
Lo prelevavo per portarlo sul piccolo “cantiere” dei Frè ma molto spesso mi lasciava solo poiché doveva fare il fieno, ammazzare il vitello, recuperare le sue capre sfuggite al controllo visivo del suo cannocchiale, (quasi sempre rifugiate sulle assolate “rocce di Balme”) e quant’altro.
Notavo che la sua disponibilità lavorativa era inversamente proporzionale all’andatura meteorologica del tempo: se c’era il sole doveva fare questo…se tirava vento doveva fare quell’altro: soltanto col cattivo tempo, la pioggia, la neve ed il ghiaccio, si rendeva finalmente disponibile, potendo contare su di una qual certa sua presenza e sicura partecipazione ai lavori.
“Tanto tu sai cosa c’è da fare senza che venga su io” questo era quanto Franco, intento a mungere e senza peraltro scomporsi dal proprio lavoro di margaro, seccamente mi andava ripetutamente a dire.




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