È ora, finalmente si parte!
Nonostante l’allenamento con piccole escursioni non impegnative nei dintorni dei Frè nei giorni che precedono l’evento al Lago della Rossa, il dubbio di non essere in grado di percorrere tutti quei chilometri per l’ambìto raggiungimento della meta, mi fanno riflettere per poi prendere una drastica decisione: invece che con Igor e il suo amico Fabio, decido di affrontare l’epica impresa con Cichin, seguendo i suoi claudicanti passi e…il suo rassicurante, fedelissimo bastone!
“Se va lui, a maggior ragione ci devo andare anch’io!”
Ecco cosa andavo pensando durante la notte insonne che precedeva la gita!
Quella storica mattina partiamo di buon’ora con l’auto parcheggiandola al Pian della Mussa, da dove, seguendo il percorso canonico attraverso il Passo delle Mangioire, io e l’amico Cichin arriviamo infine in cinque ore di dura marcia al Lago della Rossa dove ci attende una moltitudine infinita di escursionisti giunti lì per lo straordinario evento.
Fervono i preparativi per la Santa Messa che verrà officiata da padre Vittorio, il quale e per l’occasione aveva fatto portare in elicottero una damigiana di buon vino che verrà poi messo a disposizione dei presenti al termine della funzione.
L’eccezionalità dell’evento aveva anche attirato l’attenzione di Rai 3 che aveva appostato alcune telecamere intorno al baldacchino destinato all’accoglienza dell’improvvisato altare.
Per l’occasione era presente anche una piccola formazione di strumentisti a fiato probabilmente arrivati con lo stesso elicottero adibito al trasporto delle persone magari anziane che preferivano piuttosto pagare risparmiando l’immane fatica.
Riunitomi con mio figlio Igor e l’amico Fabio, (figlio di Salvatore e Felix, affittuari nella nostra borgata), nel tempo che precede la messa, decidiamo di passeggiare nei dintorni alla scoperta del luogo.
Così facendo ci avviciniamo al bivacco dedicato a S. Camillo, (costruito con l’apporto della falegnameria del mio amico Mario Solero di Ala di Stura), ormai circondato da numerosi curiosi desiderosi di scoprire le peculiarità del nuovo rifugio, da oggi in poi messo a disposizione dei fortunati e futuri escursionisti.
Il paesaggio tutt’intorno è un incanto e non ci s’immagina che questo immenso lago artificiale un tempo fosse stato semplicemente un piccolo laghetto creato ed alimentato dallo scioglimento dei ghiacciai che da sempre ed in parte lo circondano.
Per la costruzione della diga fu necessario costruire una ferrovia Decauville, (a scartamento ridotto), tra Usseglio e il lago Dietro la Torre a quota 2.366 metri.
I lavori iniziarono a luglio del 1931 e si conclusero nel 1934, in un arco di tempo molto ristretto, considerando che la neve copre il territorio per periodi di 8/10 mesi all’anno.
La diga era al tempo lo sbarramento idrico a quota più elevata d’Europa.
Quegli stessi musicisti incontrati poco prima e che riconoscendomi fra mille persone presenti in loco mi saluteranno molto cordialmente con questa frase: “ciao Tony, tlas purtala la trumba?”, metteranno a fuoco un’evidente situazione o stato d’animo che a partire da quel giorno ed in modo sempre più crescente, inizierà a covare inconsapevolmente come cenere ardente dentro di me.
Ormai moltissimi in valle mi conoscono per quel suonatore compiacente, (non importa se del Teatro Regio o meno), sempre disponibile con la sua fisarmonica o la tromba a suonare per loro durante le numerose feste che si avvicendano durante la bella stagione, e il fatto di essere considerato unicamente per questa mia peculiarità comincia francamente a “starmi stretto!
Probabilmente, così come già accennato, le grandi fatiche di questi giorni con varie escursioni a piedi nei meravigliosi luoghi intorno alla valle, ma forse e soprattutto la presa sempre più cosciente della psicolabilità di mia moglie Zoja che da alcuni anni accusa questa malattia e che peggiora di giorno in giorno, cominciano a farmi riflettere sul fatto che io, e per i valligiani sia solo un bravo musicista e null’altro!
Proprio in quei giorni andavo mentalmente a rievocare un cartone animato ungherese trasmesso in televisione e condiviso con i miei giovani figli.
Il protagonista era un’incredibile ed intelligente maialino che sapeva saltare, ballare e fare ancora altri mille esercizi ginnici da far invidia ad un bravo artista circense, anche se per la verità lui stesso fu poi ingaggiato in un circo per mostrare al pubblico le sue straordinarie doti artistiche.
La cosa non durò molto poiché fu presto rapito da alcuni malintenzionati con lo scopo di essere mangiato!
Ai rapitori non interessavano le eccezionali doti dell’incredibile maialino; era un maialino e basta, buono dunque solamente per essere mangiato!
Non starò qui a raccontare il finale del cartone animato che terminò sicuramente con il riscatto del piccolo e simpatico animale, ma a spiegare la similitudine della mia vita con quella di quel maialino:
anch’io, così come il protagonista del cartone, potevo dimostrare tante altre capacità oltre alla musica, ma va da sé che a quel tempo venivo esclusivamente etichettato e giudicato unicamente per quello che apparivo ai loro occhi: un semplice musicista!
Si avvicinano le undici, l’ora della santa messa ed ognuno dei numerosi presenti cercherà di accaparrarsi un posto vicino all’improvvisato altare; padre Vittorio è universalmente amato da tutti i valligiani che per nulla al mondo vorrebbero perdersi la sua estemporanea e assolutamente non scontata celebrazione.
Quello che di quest’uomo colpisce di più nell’animo dei razionali valligiani, (che alla domenica preferiscono attendere le proprie mogli fuori dalla chiesa fino al termine della funzione), è la capacità di mimetizzarsi fra loro senza peraltro rinnegare la propria identità di coerente sacerdote.
Se per esempio, al Bar Centrale di Antonietta e di Luigi Berardo, (di fronte alla parrocchia dedicata alla santissima Trinità), gli venisse ipoteticamente offerto un bicchiere di vino, lui, al contrario di molti altri suoi “colleghi” eccessivamente ritegnosi, non disdegna di berselo alla salute dell’incredulo offerente, lasciandosi poi anche coinvolgere animatamente, magari battendo il pugno sul banco, nelle più accese discussioni umane e terrene con quei valligiani che conosce profondamente, insieme alla loro lingua dialettale, ormai da molti anni.
A qualcuno che con imbarazzo gli confessa l’uso ricorrente ed indiscriminato della parola
“Cristo “durante i propri momenti di sconforto e di forte rabbia, padre Vittorio, nel tentativo di consolarlo, ma soprattutto di conquistarlo, (cosa che peraltro gli riesce molto bene), risponde che egli è giustificato poiché anche i sacerdoti dicono “per Cristo, con Cristo e in Cristo “durante la celebrazione eucaristica, secondo lui, non bestemmiando e non facendo nulla di male.
Di questo atipico e simpaticissimo sacerdote ci sono innumerevoli aneddoti da raccontare e beato chi li ha vissuti in prima persona come l’amico Bruno Tetti, il macellaio di Martassina con il proprio negozio di fronte alla “Casa di San Camillo, al quale una sua cliente, (mi racconta), e alla presenza di padre Vittorio in attesa del proprio turno, gli chiede cosa volesse dire “salame di turgia”.
L’amico Bruno, con un pochino d’imbarazzo le risponde che “i salami di turgia sono quelli prodotti con le carni delle vacche che hanno smesso di figliare”. La signora che aveva posto il quesito non ebbe nemmeno il tempo di metabolizzare e di ringraziare il cortese macellaio, poiché padre Vittorio, prendendo prontamente la parola disse: “Signora, io sono il cappellano del C.T.O. di Torino gestito dalle suore…pensi con queste, quanti salami di turgia si potrebbero fare”.
Padre Vittorio gestiva con grande generosità la casa di Martassina che d’estate e con vari turni, ospitava i numerosi disabili ai quali veniva offerto vitto e alloggio.
Questa casa d’accoglienza, così come già detto, era situata proprio davanti alla macelleria di Bruno, e padre Vittorio, che aveva imparato a suonare un pochino la tromba prendendo lezioni da Francesco Tamiati, (quest’ultimo già accennato in questo capitolo), ogni tanto si affacciava sulla strada che lo separava dalla macelleria strombazzando a più non posso per richiamare scherzosamente l’attenzione del caro amico macellaio.
Durante la cena offerta da padre Vittorio in cambio di quel concerto a nostra volta offerto come “Trio Albinoni” nella cappella del C.T.O, (da me precedentemente citato), l’argomento cade casualmente sulla qualità del vino offerto dal simpatico sacerdote, (che era peraltro ottimo), e sull’influenza della luna nella coltivazione della vite.
l’amico Pippo e collega trombettista, avendo sposato una donna dalle origini contadine e da lei appreso l’importanza della luna nelle coltivazioni agricole, (complice l’allegria e probabilmente qualche bicchiere di troppo), si infervora con esagerata insistenza sottolineando nuovamente quanto sopra.
Padre Vittorio che era seduto accanto a lui lo azzittisce garbatamente dicendogli:” Pippo, ma tu quando vai a letto con tua moglie guardi la luna?”
Qualche volta andavo volentieri al C.T.O. per rivedere l’amico e simpatico gigante che non rinunciava al cibo e al bere, (l’unica sua rinuncia era piuttosto quella noncurante della linea),
intrattenendomi piacevolmente a parlare con lui che non perdeva mai l’occasione per mostrare la sua generosità.
“Antonio” mi diceva confidenzialmente” assaggia questi frutti che mi hanno regalato e che arrivano da Ala di Stura”, descrivendomi anche il luogo dove probabilmente si trovava l’albero da cui erano stati raccolti.
Io non li conoscevo per non averli mai visti, lui mi disse chiamarsi “Puciu” e che dovevano necessariamente maturare sulla paglia.
Me ne regalò una decina scoprendo poi in seguito trattarsi di “Nespolo Germanico”.
Alle undici in punto inizia finalmente la santa messa celebrata da padre Vittorio che durante la predica non si smentisce con la sua innata e travolgente simpatia.
Le telecamere si alternano nelle riprese video che saranno poi probabilmente trasmesse durante il TG3 regionale.
Arrivati al “Diamoci un segno di pace” il maldestro sacerdote, abbraccia il cameraman incurante del fatto che stava riprendendo la scena con la sua grossa telecamera, facendolo quasi cadere fra le risa dei presenti.
Al termine della messa, padre Vittorio scopre una bella damigiana di buon vino che verrà condiviso fra tutti i partecipanti all’evento.
Ormai siamo arrivati a mezzogiorno e la fame, acuita dalla lunga camminata e dalla finissima, pura aria di montagna, si fa decisamente sentire.
Tiriamo fuori dai nostri zaini gli appetitosi panini preparati a casa prima della partenza, mettendoci in coda per ricevere gratuitamente il bicchiere di vino offerto dal generoso sacerdote.
A questo punto, mi ricordo, cala un insolito silenzio in considerazione della gran moltitudine di persone accorsa alla cerimonia d’inaugurazione del nuovo bivacco dedicato a S. Camillo.
Beh, ora le bocche di tutti si riposavano per cambiare finalmente ruolo!
Ed è proprio per questo motivo che Igor, Fabio ed io, appartati per consumare il nostro pasto inconsapevolmente non lontani da padre Vittorio, in un perfetto piemontese gli sentiamo dire:
“Susì si c’alè an bel tett”, sollecitando con forza, (e con l’unica mano libera dal panino), la copertura del nuovo rifugio per dimostrare ai numerosi presenti l’effettiva robustezza del tetto, proseguendo: “nen cul tett ad merda che ajè là”
Padre Vittorio, pur sapendo parlare discretamente bene anche il piemontese, era comunque un rude toscanaccio che non si smentiva mai, abituato a dire “pane al pane e vino al vino”,.
Ancora oggi, a distanza di trent’anni, mi domando con chi ce l’avesse e a chi fosse indirizzato quel simpatico paragone!
