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Due giovani imbranati - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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Due giovani imbranati

Oggi, alla luce dell’esperienza e dell’incancellabile memoria, posso tranquillamente affermare che, senza ombra di dubbio, eravamo lì tutt'e due in quell'aula vistosamente impacciati: lui nel ruolo di insegnante ed io in quello di allievo!
 
Al giovane ed altissimo insegnante (almeno rispetto me), non andò giù il fatto di avere in quel primo giorno di scuola l’assenza di tutti gli allievi segnati sul proprio registro di classe ad esclusione del sottoscritto.
Quale unico “capro espiatorio” dovetti subire delle incomprensibili lezioni di fisica applicata alla musica, che, a mio avviso e per la mia palese ignoranza quale retaggio dell’ambiente famigliare e della fabbrica, nulla ci azzeccavano con il mio semplicissimo strumento musicale!
Il maestro Arfinengo, posando da qualche parte la fedelissima pipa (che però rimaneva fortunatamente sempre spenta), si sedette davanti al pianoforte con aria sapiente, spiegandomi la legge degli armonici che per legge fisica condizionano anche le note naturali della tromba, di cui, nonostante i miei sudati sforzi, non capii proprio nulla!
In quei drammatici momenti, probabilmente rimpiansi l’ambiente della fabbrica che avevo da poco abbandonato, dove l’abitudine a dare del “tu” a chiunque e di qualunque età o estrazione sociale mi creava non poche difficoltà di approccio con il docente, rischiando di mancargli involontariamente di rispetto.
 
Durante i suoi inevitabili accenni alla musica classica e, nello specifico, a quella che per lui rappresentava la sua (per me misteriosa) professione, l’evidente barriera che già ci separava diveniva via via sempre più insormontabile a causa della mia abissale ed emergente ignoranza.
Dopo l’enigmatica teoria, finalmente passammo alla pratica:
estratto dall’astuccio il mio vecchio ed ossidato strumento, (acquistato con grande sacrificio dai miei genitori presso la ditta Morutto di via XX Settembre), dietro richiesta dell’insegnante, cominciai ad emettere i primi timidi suoni.
Erano anni che non toccavo più quello strumento, e il labbro, quale muscolo da tempo fuori allenamento, emise dei suoni crudi ed indefiniti.
Il maestro Arfinengo, osservando attentamente le mie labbra, notò subito un errore d’impostazione:
il bocchino della tromba, come posizione canonica, (riportata anche su vari metodi didattici), doveva necessariamente appoggiarsi sulle labbra per tre quarti sopra e un quarto sotto, esattamente il contrario della mia impostazione!
Nel tempo rimasto per il termine della lezione, mi fece suonare unicamente con il bocchino obbligandomi a questa nuova e canonica posizione a me sfavorevole, tanto da non riuscire ad emettere dei semplici suoni medio alti, a me congeniali e spontanei con la vecchia impostazione.
Dopo l’ascolto dell’infelice, deludente prova pratica e prima del prematuro congedo (a causa della mancanza degli altri allievi), il giovane maestro Carlo Arfinengo, con tono autorevole e severo, mi disse che “pochi sono gli allievi che arrivano al diploma, ed ancora meno quelli che arrivano alla professione” lasciandomi così solo a meditare nel silenzio e nella solitudine di quella grande aula, deluso e con il cuore infranto per un sogno che vedevo ormai da soli pochi minuti svanito per sempre.  
 
Giunto a casa, ormai adulto e responsabile, (avevo diciotto anni), non esitai a raccontare l’accaduto ai miei genitori, minacciando di abbandonare lo studio e chiedendo loro di accompagnarmi a scuola per un maggior chiarimento con l’insegnante in merito a ciò che avevo probabilmente ed esageratamente interpretato come un giudizio negativo e sommario nei miei confronti.
Ma fino al giorno di quella seconda lezione mi accanii con il solo bocchino cercando di cambiare l’impostazione come richiesto dall'insegnante.
Il bocchino era sempre con me, o in tasca o incollato alle mie labbra dal mattino alla sera e fin nella notte, dove, sotto le lenzuola e per non farmi sentire, cercavo invano di mantenere quella canonica ma innaturale (almeno per me) posizione!  
L’impresa non era del tutto semplice e, pian piano, complice la saliva che serviva necessariamente ad umettare le labbra, il maledetto bocchino scivolava lentamente fino a riprendere beffardamente l’originaria ed errata posizione.
Quel mattino arrivammo di buon’ora ed in anticipo davanti all'ingresso principale della scuola per poter incontrare il maestro Arfinengo.
Il giovane ed elegante insegnante arrivò puntualmente, e, venuto a conoscenza dei fatti che motivavano la presenza dei miei genitori, chiedendomi garbatamente di allontanarmi, si mise brevemente a parlare con loro.
Da lontano scorgevo le varie espressioni che facevano presagire per il meglio; infatti, richiamato dall'insegnante e nell'atmosfera decisamente più serena e al cospetto dei miei genitori, mi rassicurò sul fatto che nulla di grave era successo e che dovevo necessariamente e fiduciosamente riprendere lo studio.
 
Nelle lezioni successive conobbi finalmente gli altri compagni di scuola notando inevitabilmente la loro maggior bravura.
Qualcuno di loro proveniva da un’altra scuola o era stato rimandato ed integrato in questo nostro nuovo corso gestito dal giovane insegnante Carlo Arfinengo.
Il corso di Tromba si svolgeva in modo individuale con circa una mezz’ora per ciascuno degli allievi e, dopo aver terminato la mia lezione con l’insegnante, mi fermavo volentieri sedendomi dietro ai miei compagni per ascoltare le loro performance nella speranza di poter “carpire” informazioni utili per la mia iniziazione.
Proprio di fronte al Conservatorio in via Mazzini vi era un bar con attigua saletta giochi; in generale gli allievi di questo istituto non disdegnavano di trascorrere in questo luogo il loro tempo libero, al contrario io che preferivo ritornare al più presto a casa (sforzandomi di mantenere vivo il ricordo delle lezioni poc'anzi ascoltate) per riprendere in questo modo seriamente a studiare.
Passano alcune settimane e il problema dell’impostazione mi blocca sugli esercizi basilari fra le prime pagine del metodo “Peiretti I° corso” impedendomi disgraziatamente con ciò, (al contrario dei miei disinvolti compagni), di proseguire con gli studi successivi.
Ero stufo di eseguire note basse e lunghe con quella maledetta impostazione per me innaturale che mi impediva di salire sulle note alte indispensabili al completamento dell’estensione della tromba; se non risolvevo il grave problema era un po’ come pretendere di suonare un pianoforte privo delle sue due ottave alte poste sulla destra!
Ma a stufarmi per quest’insormontabile problema, evidentemente, non ero il solo.



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