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“T’zes an grutulù” - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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“T’zes an grutulù”

Durante la successiva estate, la nostra casa ai Frè si rivelò un ottimo eremitaggio per trascorrere spensierate vacanze lontane dal ricordo degli ultimi drammatici giorni vissuti con la mamma dei miei tre figli, con la conseguente ansia della scuola portata faticosamente avanti con il mio personale aiuto ed infine dal mio stressante lavoro al Teatro Regio.
L’amicizia con Attilio e con la sorella Marianna andava via via sempre più rafforzandosi, forse anche a causa della mia nuova situazione familiare che inteneriva i cuori dei due cari e comprensivi amici.
Attilio andava spesso a pranzo dagli amici Luigi e Barbara con i loro tre figli Chiara, Francesca e Daniele, mentre Marianna veniva a mangiare talvolta da me.
Insieme ad Attilio, certe volte, capitava anche a me di essere invitato con i figli a casa del collega Luigi, (cantante nel Coro del Teatro Regio di Torino).
Per l’occasione portavo ciò che in quel giorno avevo casualmente cucinato, ed era bello poterlo condividere con i numerosi commensali.
Spesso durante il pranzo mi capitava di assistere ad accese discussioni fra Attilio e l’amico Luigi, motivate dal fatto che quest’ultimo, nonostante le insistenti richieste di Barachin, si rifiutava categoricamente di far ascoltare la sua voce.
Attilio avrebbe voluto sentire anche solo un piccolo accenno di qualche famosa aria lirica, confidando nella complicità di qualche bicchiere di troppo bevuto insieme durante il pranzo.
Barachin non accettava il suo categorico rifiuto ed erano inutili le giustificate motivazioni di Luigi che temeva per l’incolumità delle proprie corde vocali, il suo più prezioso “strumento” che gli dava da vivere e che avrebbe potuto danneggiarsi per un uso sconsiderato ed inappropriato.
Talvolta, per enfatizzare maggiormente il suo malcontento per l’innocente e apparentemente lecita richiesta caduta come sempre nel vuoto, Attilio batteva qualche sonoro pugno sul robusto tavolo in massello di larice della cucina.
(Ah, se quel tavolo potesse parlare e dirci quanti pugni ha ricevuto!)
Marianna quando veniva a pranzo da me non picchiava il pugno sul tavolo ma guai a parlar male dei Frè e dirle che puzzava di letame.
Guai a lamentarsi con Marianna per qualche deiezione lasciata insidiosamente sulla strada principale della nostra borgata dalle numerose mucche ed altri animali di Polly.
Altro motivo del contendere, (e che faceva molto arrabbiare Attilio), era il fatto che i due amici ospitanti non compravano mai nulla nel negozio della sorella ad eccezione talvolta del pane.
Puntualmente, così come da un copione già letto precedentemente, non all’inizio del pranzo, ma dopo qualche bicchiere di generoso vino, emergeva dalle dure parole di Barachin, (guarda il caso), che Luigi e Barbara preferissero recarsi in un Central Drink dell’hinterland torinese per approvvigionarsi di cibarie, piuttosto che fare gli stessi acquisti nel negozio di alimentari gestito dalla sorella Marianna a Balme.
Attilio, questo proprio non riusciva a sopportarlo, e a tavola, così come già detto, non poteva fare a meno di sottolinearlo a suon di pugni sull’incolpevole tavolo in legno di massello!
Anche in questo caso erano inutili le giustificazioni dei due amici per spiegare le opportunità economiche e pratiche di fare gli acquisti in un unico centro commerciale ben rifornito e pieno di accattivanti e vantaggiose offerte piuttosto che farle in un piccolo e talvolta sfornito negozio di paese.
Senza considerare che ciò che Attilio andava tutti i giorni a mangiare a casa dei generosi amici, pur non arrivando dal negozio di sua sorella, era comunque e pur sempre il frutto della Provvidenza, una benedizione del Cielo che pioveva gratuitamente, quotidianamente e anche generosamente nel suo stesso piatto.
È vero, batteva spesso i pugni sul robusto tavolo, ma il suo carattere schietto e diretto rendeva questo suo gesto, (diventato ormai un rito), assolutamente inoffensivo e per certi versi accettabile.
Con lui, dopo quei pochi minuti di tempesta, ritornava come sempre l’arcobaleno, e, arrivati al caffè, era tutto di nuovo e felicemente come prima!
Ancora oggi non posso dimenticare le sue colorite affermazioni da lui utilizzate nei vari momenti di animate discussioni: “Diu bell”, oppure: “tzes an grutulù” e ancora: “ti t’capiss prepi niente!”
 
Nonostante il carattere “grezzo”, aggressivo e apparentemente offensivo, Attilio era però un uomo tutto d’un pezzo, schietto e trasparente: mai ti avrebbe pugnalato alla schiena!
Per questo motivo, oltre che per una buona dose d’intelligenza, sensibilità e di generosità, egli si faceva amare da quanti, così come noi, ebbero la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo in vita.   




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