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“Non mi volete al mare, e io me ne vado in montagna” - Antonio Sabbetti

ANTONIO SABBETTI
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“Non mi volete al mare, e io me ne vado in montagna”

Passano i mesi e nella poetica borgata ricompaiono come per incanto nuovamente i fiori, le mucche, le galline e le caprette; il mio rustico in pietra assume sempre più le sembianze della baita che avevo progettato a Torino durante le interminabili notti insonni.
Riconosco casualmente la mia baita, ancora non finita e senza le ringhiere in larice sui balconi, attraverso la foto che illustra la copertina di un piccolo volumetto dal carattere religioso, probabilmente arrivato ad una delle mie figlie dalla scuola di religione; tutto ciò mi riempie di orgoglio e di rinnovato vigore!
Quando acquistai il rustico non amavo la montagna come ora: il suo casuale acquisto fu il frutto di un ripiego, o verosimilmente di una ripicca causata dalla perdita di un appartamento a Scalea, sulla costa calabra.
“Non mi volete al mare, e io me ne vado in montagna” questo era il pensiero costante che pervadeva la mia mente mentre armato di flessibile, cappello, occhiali protettivi e di mascherina sulla bocca, eliminavo dai secolari travi in larice, il nerofumo e le ultime tracce di un’altrettanta secolare ma ormai dimenticata cultura montana.
Non c’era tempo per ammirare le cime del Fort, quella del Servin, o quelle della Torre d’Ovarda; il tempo era tiranno e non potevo soffermarmi ad ammirare le rocce di Balme con le sue ripide cascate o le limpide acque smeraldine del torrente Paschiet che da tempi immemorabili scorrono ancora oggi imperturbabili sotto i miei occhi incuranti e distratti.
Nel protrarsi della bella stagione scorgevo gruppi di escursionisti procedere lentamente ma con passo deciso verso una delle mete preferite e da me ancora ignorata: i laghi Verdi!
Prima o poi i lavori di ristrutturazione sarebbero finiti e finalmente un giorno anch’io mi sarei potuto dedicare alle lunghe passeggiate e alla scoperta dei mille luoghi incantati che mi circondano e dei quali percepivo costantemente l’irresistibile richiamo.
 
In una giornata segnata dal sole, Igor ed io, alle prese nuovamente con il flessibile che ci aveva riempiti entrambi di impalpabile segatura, (tranne che negli occhi e nella bocca prudentemente protetti da mascherina e occhiali), facciamo la conoscenza con Lara, una generosa e sconosciuta signora, la quale, accompagnata dal suo fido Cocker, mossa a compassione per il nostro evidente duro lavoro, ritornerà più tardi con dei  gustosi panini preparati appositamente per noi e che suggelleranno in quel giorno di primavera una sincera ed indissolubile amicizia.
 
Passano i mesi fra alterne vicende e lunghi periodi di stasi dovute alla bella stagione.
Successivamente e di conseguenza si amplificano le attività lavorative dei locali con altri periodi che segneranno la ripresa dei lavori e l’alternarsi di nuovi operai sul mio cantiere come Franco Taroc e Lino Bricco, il figlio di Giorgio.
Loro, sempre grazie alla fisarmonica e al mio carattere cordiale ed affettuoso, diventeranno presto miei amici, ed io, invitato successivamente alle loro feste private in segno di accettazione, (evento peraltro molto raro per uno “straniero” come me), farò la conoscenza con tutti gli abitanti di Balme e dintorni, guadagnandomi la stima e la palese simpatia di tutti.
Durante una loro festa di Carnevale, non riesco a riconoscere il mio sconosciuto, poco loquace vicino di tavola che mi fissa insistentemente sorridendo, lasciandomi volutamente nel dubbio per tutto il tempo della cena fino a quando non scoprirò trattarsi di Michele, il Messo comunale, (papà di Polly e di Gio), che si era reso simpaticamente irriconoscibile con dei vistosi baffi ottenuti, così come da anni è avvezzo fare, dal nerofumo di un turacciolo bruciato!
 
Giovanni Cristoforo detto Ninètu, il mio idraulico di fiducia, durante le pause di lavoro mi insegnerà a raccogliere e gustare i “verchegnu”, sorta di spinacio selvatico dall’esaltante sapore più intenso che nel suo più comune “cugino” coltivato solitamente nelle campagne della bassa pianura.
 
Ninètu, dal profondo della sua saggezza maturata nei lunghi anni di vita in alta montagna, mi diceva spesso: “vedi Tony, le nostre case di montagna sono come malati cronici” e, con un gesto molto eloquente delle mani che indicava chiaramente il denaro, proseguiva dicendo: “e così come i malati, anche loro hanno continuamente bisogno di medicine!”
 
Conobbi Giuseppe Bonatti, che allora lavorava nella “Comunità Montana di Balme” e che a quel tempo stava ancora bene e lontano dai vapori dell’alcol, (che lo porteranno poi e prematuramente alla morte).
Egli si propose, nel caso in cui avessi avuto bisogno di salire con la mia famiglia ai Frè durante la stagione invernale, per venire a togliermi la neve su per il sentiero sterrato con la sua pala meccanica.
Mario Solero, titolare di una falegnameria di Ala, si prestò incredibilmente con il suo camioncino per il trasporto “gratuito” di alcuni quintali di pesanti perline da pavimento in Larice (da 6 centimetri), acquistate in una segheria di Strambino, l’unica a produrle!
Pur dimenticando probabilmente qualche altro personaggio che si è prodigato per farmi del bene, non posso tuttavia dimenticare Francesco, l’ex sindaco di Balme, grande appassionato e sostenitore dei Frè, che si è battuto con tutte le proprie forze per far arrivare i lampioni con la luce elettrica nella nostra borgata.
 
Fu in uno di questi anni che seppi dai miei amici sparsi per l’Italia, quelli cioè con i quali avevo condiviso l’acquisto dell’appartamento a Scalea e gli stessi con i quali avevo contratto successivamente un vincolo di amicizia e di solidarietà, che non avremmo più avuto nessuna speranza di risoluzione per l’incauto e sfortunato investimento fatto in Calabria.
Nel 1980 avevo acquistato l’appartamento sulla carta (ancora prima che fosse costruito) con 18 milioni (delle vecchie lire) pagati con numerose cambiali.
Solo dopo tre anni di illusioni ma soprattutto di disillusioni, iniziai, insieme agli amici e compagni di sventura, una lunga causa che si concluse a Firenze nel 1988 purtroppo e definitivamente a nostro sfavore.
 
Fu questo triste epilogo a trasformare un musicista onesto e sensibile in un “ladro” speciale…in un ladro delle proprie cose!
Persa ormai ogni speranza di tornare legalmente in possesso di quell’alloggio che aveva condiviso con me e la mia famiglia tre anni di sogni e di apparenti e spensierate vacanze, tornai infatti per l’ultima volta a Scalea con il cuore gonfio di tristezza per recuperare e portare via dall’appartamento tutto quanto era possibile trasportare sulla mia automobile.
Questa “refurtiva”, la tazza del WC, quella del Bidet, il lavandino, rubinetterie varie, maniglie, serrature, tenda della doccia, ecc. ecc. costituisce oggi l’attuale arredo della mia baita ai Frè!




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