“Ma a lè nen che stu can a diventrà trop grand?”
Questa fu la domanda che mi pose Attilio giustamente preoccupato riferendosi ad un cucciolo che da alcune settimane gli avevo portato dal Canile Municipale di Torino e che mostrava delle grosse zampe sproporzionate alla piccola taglia e troppo grandi in considerazione della sua giovanissima età.
L’idea venne a Marianna.
Ella mal sopportava la solitudine del fratello che in passato aveva sempre posseduto dei cani con insoliti nomi di “superalcolici”.
Whisky, dal colore bianco e Cognac dal pelo fulvo, erano per l’appunto gli ultimi cani succedutisi alle dipendenze di Attilio.
Morto Cognac già da un po' di tempo, Marianna mi chiamo di nascosto dal fratello per chiedermi di procurargli un cane.
Nel Canile Municipale di Torino, dove mi recai dopo alcuni giorni dalla singolare richiesta, rimasi colpito dalla bellezza e simpatia di un piccolo e vivace cucciolo.
Alla mia giustificata richiesta di informazioni in merito a quel simpatico cagnolino, (che era pronto ed idoneo all’immediata adozione), mi fu detto che era figlio di un Alano incrociato con un cane di altra razza.
Telefonai a Marianna spiegando tutti i particolari del caso, ricevendo subito l’approvazione per l’affido di quel cucciolo.
A quell’epoca le pratiche burocratiche relative all’affido non erano così complicate come probabilmente lo sono oggi, e così, caricato il cagnolino a bordo della mia auto, senza alcun indugio lo portai da Marianna fin su a Balme.
Non conosco gli sviluppi immediati e la giustificata reazione di Attilio nei giorni che seguirono l’adozione, (probabilmente e per qualche giorno mi ero volutamente messo in disparte in preda ad un cattivo presentimento).
Ricordo comunque la frase riportata qui di sopra nel titolo in grassetto che l’amico Barachin mi pose con giustificata inquietudine ed altrettanta preoccupazione alla vista e ad un’ispezione sommaria delle zampe di quel cucciolo.
Marianna non volle far sapere ad Attilio le origini del nuovo ospite per paura di un eventuale rifiuto, ma fu proprio l’acuta osservazione del fratello avvalorata da qualche esperto amico a metterlo in guardia sulle reali dimensioni di quel cane in seguito al completo sviluppo, turbandolo profondamente.
Passarono diverse settimane ma non l’inquietudine del nuovo padrone che nel frattempo aveva dato un nome a quel simpatico e vivace cucciolo chiamandolo Iago (Jago, come il cattivo personaggio dell’Otello, inventato da W. Shakespeare per la sua tragedia che fu poi anche musicata da Giuseppe Verdi).
Passò ancora del tempo e ad Attilio, ormai innamorato perso del suo simpatico cucciolone, non importava più nulla del precoce sviluppo fisico che andava via via a confermare i suoi inquietanti sospetti.
Ormai, quando veniva a trovarci ai Frè non era più solo ma in felice ed orgogliosa compagnia del suo nuovo cane.
Una mattina, Attilio, dovendo fare dei particolari lavori agricoli, decise malauguratamente di lasciare il vivace cucciolo in macchina e nel parcheggio dei Frè affinché non scappasse perdendosi nei boschi.
Non l’avesse mai fatto!
Quando tornò alla propria auto, si rese immediatamente conto che Jago gli aveva rosicchiato e distrutto tutte le guarnizioni di gomma interne della sua vecchia Fiat 127.
L’amico, ponendosi ad esempio, non si arrabbiò più di tanto, inducendoci di conseguenza a riflettere sui veri valori della vita.
Egli infatti, non fu mai “schiavo” della propria auto che trattava semplicemente senza peraltro attribuirle un falso valore, così come utopicamente dovrebbe essere generalmente per tutti, me compreso.
Quel giorno, l’amico Attilio, pur accusando il duro colpo inflitto dal crudele destino, fu particolarmente comprensivo nei confronti del vivace ed inconsapevole cucciolone, evitando per ciò di punirlo.
